Il 15 maggio scorso, le
testate giornalistiche e le agenzie di stampa, siciliane e non, hanno dato
notizia di una richiesta di autorizzazione per la raccolta firme volta a indire
un referendum di iniziativa popolare sulla indipendenza dell’Isola, protocollata
presso l’Assemblea Regionale Siciliana.
A prima vista, questa
notizia potrebbe sembrare un episodio marginale, quasi una curiosità nel
panorama politico siciliano.
Un’analisi più
approfondita, tuttavia, rivela come questa iniziativa sia inserita in un
contesto storico, culturale e politico di lunga durata, che richiede una riflessione
articolata e critica.
L’origine della
proposta va ricondotta a un comitato denominato “Comitato dei 10”, costituito
da cittadini e cittadine con esperienze nel campo del sicilianismo e, in alcuni
casi, coinvolti nel Movimento dei Forconi.
Questa componente
rappresenta un segmento del più ampio spettro del sicilianismo, che nel corso
della storia ha oscillato tra diverse declinazioni: dall’autonomismo moderato
al nazionalismo più radicale, fino all’indipendentismo più deciso.
Tuttavia, è
fondamentale sottolineare che la richiesta di autodeterminazione, così come le
spinte identitarie, non possono essere ridotte a un mero esercizio di volontà
politica o a un interesse di pochi, spesso alimentato da nostalgie o da logiche
di potere.
Come evidenziato da
Antonio Canepa, filosofo e politico siciliano, bisogna pensare
l’autodeterminazione come un processo di piena soddisfazione dei bisogni, delle
aspirazioni e della vita dei siciliani, piuttosto che come un mero strumento di
rivendicazione nazionale o di affermazione di un’identità celata, spesso usata
per nascondere gli interessi di certa borghesia isolana e delle classi
upperclass.
In questa chiave,
l’autodeterminazione può e deve essere interpretata come un’opportunità di
cambiamento sociale, di reale alternativa e non come un semplice cambio di
volti o di classi dirigenti.
È un processo che deve
rispondere ai bisogni concreti della popolazione siciliana, a una visione
inclusiva e giusta della società, in cui nessuno sia sfruttato o oppresso, e in
cui le aspirazioni di tutti possano trovare spazio e riconoscimento.
La proposta di un
referendum popolare rievoca, in una versione moderna, le iniziative di
autodeterminazione che hanno caratterizzato il pensiero e le azioni di
movimenti e figure storiche siciliane, spesso alimentate da un senso di
esclusione, oppressione e sfruttamento economico.
Da un punto di vista
storiografico, è importante sottolineare come la Sicilia abbia attraversato
molteplici fasi di ricerca identitaria e rivendicazioni di autonomia o
indipendenza, dal Risorgimento fino al fascismo, passando per le rivendicazioni
del secondo dopoguerra e le spinte più recenti.
Il desiderio di
autodeterminazione, del resto, è sempre stato un elemento centrale del discorso
politico e culturale siciliano.
Tuttavia, questa spinta
deve essere accompagnata da una consapevolezza critica: non può essere
interpretata come un interesse di pochi o come un atto simbolico, ma come un
passo verso una reale emancipazione sociale ed economica.
Come affermava Antonio
Canepa, questa emancipazione richiede di mettere al centro i bisogni, le
aspirazioni e la vita dei siciliani, superando le logiche di sfruttamento e di
divisione tra sfruttati e sfruttatori.
La recente richiesta di
un referendum pro indipendenza si inserisce, dunque, in questa tradizione, ma
non possiamo dimenticare che giunge in un momento storico segnato da crisi di
rappresentanza, decadenza economica e crisi identitarie.
È qui che si manifesta
il bisogno di ripensare l’indipendenza come un processo di trasformazione
sociale, capace di offrire un’alternativa concreta alle logiche di sfruttamento
e disuguaglianza, e non come un semplice esercizio di identità o interesse di
pochi.
È importante
considerare altri aspetti di questa realtà complessa: la Sicilia, nel suo ruolo
geostrategico e militare, è stata e continua ad essere un punto nodale nel
contesto internazionale.
La presenza di basi
militari statunitensi e NATO, di strutture come il MUOS (Mobile User Objective
System), testimonia come l’Isola sia stata scelta e continui ad essere
utilizzata come un hub strategico per operazioni militari e di intelligence
delle potenze occidentali.
Questa posizione di
rilievo ha comportato nel tempo l’installazione di infrastrutture militari di
alto livello, che influenzano la sovranità effettiva dell’Isola e la sua
economia, creando spesso un rapporto di dipendenza e controllo che va oltre le
questioni politiche interne.
In questo quadro, ogni
discorso di autodeterminazione e indipendenza va esaminato anche alla luce di
questa realtà geopolitica.
La presenza di basi e
strutture come il MUOS, con la loro valenza strategica e militare, deve essere
considerata quando si parla di autodeterminazione e sovranità.
Più in generale, questa
situazione evidenzia come la vera autonomia non possa essere raggiunta senza un
profondo cambiamento delle strutture di potere e senza una riflessione critica
sulle logiche militari e sulla dipendenza da potenze straniere.
L’autonomia autentica,
dunque, passa anche per una prospettiva di pace, smilitarizzazione e giustizia
sociale.
Solo attraverso un
impegno deciso verso la riduzione delle presenze militari e la promozione di
politiche di pace si può rafforzare una sovranità reale, libera dall’influenza
di potenze esterne e dai vincoli di un militarismo oppressivo.
A questa esigenza si
collega anche l’obiettivo di lavorare per una società civile pacifica,
inclusiva e impegnata nella costruzione di relazioni internazionali basate
sulla cooperazione e non sulla guerra.
La strada verso
l’autodeterminazione richiede necessariamente un serio progetto di
smilitarizzazione della Sicilia che coinvolga tutte le forze sociali, culturali
e politiche dell’Isola, in modo diverso da quello imposto dall’alto che ci ha
portato alla situazione attuale.
In questo senso, si
rende ancora più evidente quanto il problema di una proposta come quella del
“Comitato dei 10” esprima, anche al di là delle intenzioni dei promotori, una
sua debolezza intrinseca, non supportata da un movimento sociale e politico
forte, coeso e riconosciuto.
Un referendum pro indipendenza
può essere uno strumento di espressione popolare, capace di rafforzare il senso
di appartenenza e responsabilità collettiva, solo quando nasce da un percorso
di mobilitazione condiviso.
Se i promotori
considerano il referendum come la “leva” di questa mobilitazione, si sbagliano:
in realtà, è l’esatto contrario.
Il referendum dovrebbe
rappresentare il culmine di un processo partecipativo, un’espressione concreta
di un movimento sociale radicato, che sostenga questo obiettivo con leadership riconosciute
e una piattaforma di lotta condivisa.
Senza questa base, il
rischio è che il voto diventi un gesto simbolico e isolato, incapace di
produrre cambiamenti reali, alimentando illusioni o disillusioni.
Inoltre, l’assenza di
una soggettività politica credibile e organizzata rende questa iniziativa
vulnerabile a strumentalizzazioni e sfruttamenti da parte di settori
interessati a mantenere lo status quo.
La storia recente
mostra come molte iniziative di questo tipo, prive di un movimento sociale
solido, siano state sfruttate o siano fallite, lasciando solo delusione e
sfiducia.
In questo quadro,
l’elemento fondamentale è la costruzione di un progetto di autodeterminazione
radicato in una reale mobilitazione sociale e politica, che abbia al centro la
giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse e la dignità di ogni
siciliano.
Parallelamente, questa
riflessione ci porta a ritenere che l’indipendenza e l’autodeterminazione
devono essere accompagnate da un impegno deciso per la pace e la smilitarizzazione
dell’Isola.
Le infrastrutture
strategiche come il MUOS e le alleanze internazionali di difesa sono elementi
che, invece di rafforzare la sovranità, spesso la erodono e la rendono
dipendente da interessi esterni.
Per questo, ogni percorso
di autodeterminazione dei siciliani deve essere accompagnato da una forte
volontà di promuovere una società pacifica, inclusiva e libera da logiche
militari e di guerra.
Solo così si può
tradurre la volontà popolare in una reale sovranità, capace di garantire un
futuro di pace e libertà autentica.
In conclusione, le
proposte come quella avanzata dal “Comitato dei 10” devono essere interpretate più
come un’opportunità per ripensare il senso e la prospettiva del progetto di
autodeterminazione della Sicilia di oggi e di domani che come una prospettiva
attualmente praticabile.
L’autodeterminazione
come processo richiede un impegno serio, democratico e partecipato, che parta dal
basso.
Solo così potremo
rafforzare l’identità, la sovranità e il futuro dei siciliani e dell’Isola, in
un orizzonte di pace, giustizia sociale e autogoverno autentico.
Fabio Cannizzaro

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