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venerdì 24 aprile 2020

VECCHI INDUGI E COMPITI NUOVI PER UN SOCIALISMO ALL’ALTEZZA DEI TEMPI…




La globalizzazione come occasione di prosperità collettiva, leitmotiv dei progressismi del Vecchio e Nuovo Continente per più di un quarto di secolo mostra oggi miseramente tutti i suoi limiti politici, economici e teorici.
Il fallimento stava già, a ben vedere, nelle premesse ovvero nel tentativo di armonizzare ciò che era e resta antitetico ovvero gli interessi del Capitalismo internazionale finanziarizzato e quelli del socialismo e delle masse popolari e dei lavoratori che questo mira a rappresentare.
L’illusione che potesse esistere una “terza via” tra questi due modi di rappresentare gli interessi di due classi così diverse, i cui interessi sono e restano, in concreto, inconciliabili si è infranta, quando le “destre” socialiste democratiche, di cui Tony Blair e Gerhard Schröeder furono per un certo periodo simboli e sintesi, hanno mostrato tutta la loro inconsistenza politica regalando di fatto l’agenda e l’iniziativa politica ai liberisti e alle destre di tutta Europa.
È stata per il socialismo una stagione buia. Frutto di questo periodo è stato ed è ancor oggi il PES, il cosiddetto partito del socialismo europeo, che ancora insiste a descrivere come “socialista” una linea di continuità e contiguità al neoliberismo che davvero minaccia di ridurre il socialismo a una ancella del liberismo.
Fortunatamente le sinistre socialiste democratiche da tempo, nei diversi Paesi, lavorano a recuperare spazi e prospettive al loro socialismo in contrapposizione a certo spurio socialismo liberista.
Certo la situazione non è eguale ed omogenea ovunque.
In alcuni Paesi come la Germania, la Francia, il Regno Unito ed il Portogallo (perché il ragionamento esula e supera la mera U.E), in modi e forme diverse, la presenza di reali forze politiche socialiste con la loro dialettiche interne e le loro forze organizzative ha permesso l’emergere di figure, nel divenire, di figure di riferimento come Emmanuel Maurel, Jeremy Corbyn o António Luís Santos da Costa.
In Italia la situazione è oggettivamente più complicata e difficile.
La fine del vecchio, vero PSI, nel 1994, ha creato un vuoto politico pneumatico a cui nessuno è riuscito a dare una risposta.
Forse l’organizzazione che più dal punto di vista organizzativo ma non politico si è avvicinata a rappresentare un reale tentativo di definire una presenza socialista è stato, ad oggi, lo SDI anch’esso però naufragato nelle perigliose acque della palude del post socialismo.
Non parliamo poi dell’attuale PSI uno degli ultimi presidi di socialismo liberista in Europa né tantomeno di altri piccoli tentativi, ad oggi, messi in campo tutti inficiati da poca democrazia e molto, troppo personalizzati.
E si perché il vero problema del socialismo in Italia è la pletora di ex colonnelli, maggiori, capitani e più spesso sergenti del vecchio PSI convinti di poter tornare a replicare, solo con qualche piccolo aggiustamento formale, quel modello di relazioni politiche e di organizzazione.
Ciò vale indistintamente per “destra”, “sinistra” e “centro” di ciò che resta di una diaspora socialista che si barcamena da 28 anni e che si assottiglia di anno in anno.
Ciò che molti di questi validi compagni e compagne non vogliono intendere è la constatazione, in sé né originale né difficile, che un ciclo politico una volta conclusosi non può tornare ripetersi se non come farsa.
Servirebbe che il socialismo, i socialisti prendessero coscienza di ciò e lavorassero a costruire una nuova forma di presenza e rappresentanza.
La forma del partito ottonovecentesco come eravamo abituati a conoscere è, oggi, di fatto improponibile e soprattutto non funzionale ai bisogni politici e sociali dei socialisti militanti e di chi questi dovrebbero rappresentare cioè le masse popolari e lavoratrici.
Il modello derivato dal vecchio PSI le sue logiche se non definibili antidemocratiche sono però certamente a-democratiche e centralizzate e non rappresentano più utilmente l’aggregazione politica democratica in una società moderna.
Serve, dunque, andare oltre.
 Taluni non comprendono questa necessità e si ostinano a ripetere pedissequamente le vecchie “formule” organizzative, dando vita serialmente, per scissione, a sempre nuove/vecchie micro organizzazioni socialiste, i cui difetti evidenti talvolta per giunta orgogliosamente perseguiti finiscono inevitabilmente per ridurre  questi movimenti-partiti, apertis verbis, in poco più che sette autoreferenziali con una spiccata propensione alla personalizzazione acritica delle loro  “leadership” composte immancabilmente da piccoli gruppi di cooptati.
Servirebbe invece, attualmente, un lavoro culturale e quindi politico di prospettiva.
Si dovrebbe, più e meglio, lavorare a creare interesse e presenza intorno al socialismo specie tra coloro che, finora, non si sono mai avvicinati ad esso. Serve coinvolgere persone nuove, nuove generazioni e formarle al pensiero critico, all’analisi sociale e alla lotta politica e sindacale.
Toccherà poi a tutti insieme creare forme organizzative, democratiche, federali e territoriali all’altezza dei tempi.
È la prospettiva a cui lavoriamo noi di xQS che rifuggiamo le facili “scorciatoie” sia neo sovraniste e centraliste sia le solite visioni neo unificatrici intese come mere sommatorie imposte di sigle e gruppi.
Serve, casomai, invece un duro lavoro di formazione ed organizzazione che sappiano fare tesoro degli errori passati guardando però al presente e al futuro dei bisogni negati ed inespressi della parte debole della società.
Questo è socialismo, solo questo restituirà al socialismo la sua funzione politica e sociale di rappresentanza delle forze popolari e del lavoro nel Paese.

Avanti, sempre!

Fabio Cannizzaro

giovedì 21 luglio 2016

EUROSOCIALISMO, ORA!





Sono profondamente convinto che uno dei compiti più importanti che come Risorgimento Socialista, organizzazione politica del socialismo autonomo a sinistra, dobbiamo assumerci è quello di contribuire a collegare, far dialogare e coordinare analisi e azioni politiche tra le sinistre socialiste e i socialismi di sinistra in Europa, senza distinzioni tra Paesi U.E. ed ExtraUE. Appare evidente oramai che una organizzazione politica come il Party of European Socialists (PES) non è più in grado o non vuole assumere un ruolo diverso, differente rispetto a certe logiche neoliberiste e succubi di logiche proprie del capitalismo finanziario speculativo. Di fronte a questo vero e proprio “cedimento” del PES in termini di scelte, prassi ed analisi i socialisti di sinistra, le sinistre socialiste come anche tutti i socialisti che semplicemente rifiutano queste logiche si devono interrogare su quali possano essere il futuro e le prospettive del Socialismo nel Vecchio Continente.
Già da tempo in diversi Paesi , all’interno come all’esterno dei diversi partiti socialisti nazionali una siffatta riflessione trova spazio ed attori politici attivi e pronti a contrastare le logiche blairiane del PES e di gran parte delle dirigenze socialiste nazionali europee. La questione che è in campo è quella molto concreta di coordinare, ora e subito, questi sforzi, queste analisi, le diverse iniziative dando corpo a livello continentale a una piattaforma condivisa, plurale, federale di tutti i Socialisti che rifiutano le politiche neoliberiste oggi rappresentate dal PES e dalle sue scelte. Tutto ciò anche in virtù del fatto che la gran parte dei socialisti che condividono questa riflessione non si sentono rappresentati idealmente e politicamente dall’altra “famiglia” europea politica in seno alla U.E., la European Left, la cui storia, il cui background sono rispettabilissimi ma  altri e  diversi rispetto ai nostri.
La necessità di definire una stagione d’iniziativa del socialismo a sinistra in Europa, per tutta l’Europa a prescindere dai confini U.E potremmo sintetizzarla con la necessità di dare vita ad una stagione dell’EUROSOCIALISMO. Sapremo noi tutti socialisti di sinistra , pur nelle diverse situazioni e specificità, animare questa sfida che non è più rinviabile, dobbiamo restituire visibilità, spazio politico al socialismo, ricollocandolo nel suo naturale spazio ideale e politico a difesa dei deboli, dei lavoratori, per l’eguaglianza e per la libertà. Tutto ciò deve avvenire senza smettere di sperare ed adoperarci , affinché il PES possa essere recuperato al socialismo, senza tuttavia rinunciare ad una presenza politica che possa segnare la differenza e contrastare così i crescenti populismi spesso razzisti e xenofobi.

Tocca a noi!

Fabio Cannizzaro

Coordinatore di RS Sicilia

Animatore di RS Europa

venerdì 18 settembre 2015

ADDOSSO A CORBYN!


Inizia il lavorio ai fianchi del leader laburista.

Quale credibilita’ attribuire alla sortita dell’industriale allam che si offre di sostenere e finaziare una eventuale scissione dei blairisti?



Dopo la democratica affermazione di Jeremy Corbyn alla testa del Labour Party del Regno Unito, si odono  i primi crepiti di guerra, ovvero sembrano essere partite le “manovre” volte a depotenziare il nuovo leader e soprattutto la nuova linea politica laburista.
Ecco allora apparire all’orizzonte l’iniziativa di un milionario, l’industriale Assem Allam che si offre di sostenere economicamente eventuali deputati che vogliano lasciare il Labour dopo l’elezione di Corbyn.
E’ questa una vera e propria chiamata alla scissione.
Occorre adesso interrogarsi e chiedersi cosa ci sia dietro l’iniziativa di Allam. In ogni caso, qualunque sia la portata della proposta resta un dato su cui riflettere, ovvero il fatto che certuni settori del laburismo , segnatamente vicini e/o nostalgici della visione blairiana con ogni probabilità proveranno ad ostacolare comunque il corso corbyniano.
Altra cosa è invece la reale agibilità di una “linea” come quella evocata da Assem Allam. L’idea di aggregare la destra laburista cioè i blairiani insieme ai delusi liberaldemocratici è una ipotesi, ad oggi tanto suggestiva quanto accademica.
Del resto i precedenti non giocano a favore di una simile ipotesi, dato che tutti ricordano la storia e la parabola dell’oramai scomparso SDP, il Social Democratic Party, fondato nel marzo del 1981 dalla   Banda dei Quattro: Roy Jenkins, David Owen, Bill Rodgers e Shirley Williams, che appunto lasciarono il Labour per tentare la via della scissione. La fine del SDP, mai divenuto un’organizzazione di massa,  poi confluito nei Liberaldemocratici, insieme all’altrettanto piccolo Partito Liberale, rende una scissione a destra, anche volendola definire forzosamente socialdemocratica, una ipotesi difficilmente accettabile da qualsivoglia settore del laburismo del Regno Unito.
Detto ciò c’è da giurare che gli attacchi a Corbyn continueranno e troveranno comunque sostegno finanziario e mediatico in settori economico-politici spaventati dal rilancio di una politica di sinistra perorata dal laburismo corbyniano.

Fabio Cannizzaro


mercoledì 11 febbraio 2015

BREVE BIOGRAFIA POLITICA E A SEGUIRE INTERVENTO DI GÉRARD FILOCHE AL CONSIGLIO NAZIONALE DEL PSF DEL 7 GENNAIO 2015.



Propongo ai compagni e alle compagne la traduzione del recente intervento di Gérard Filoche al Consiglio nazionale del PS francese del 7 febbraio 2015. Da tempo noi compagni del socialismo autonomo e territoriale, oggi tra i fondatori della Federazione per il Socialismo,  ci interroghiamo ed insistiamo per fare comprendere ad un uditorio sempre più ampio ed articolato che il cambiamento, il contrasto al neoliberismo, al capitalismo speculativo e finanziario non può venire dalle cripto osservanze post comuniste, italiane, europee e mondiali ma più e meglio, concretamente, da quelle posizioni di sinistra socialista che oggi in Italia, in Europa e anche nel Mondo stanno elaborando e mobilitandosi per cambiare concretamente le cose.
Una forza come Syriza in Grecia è l’esempio di questo cambiamento ma non vanno dimenticate né sottovalutate le energie interne ai Partiti socialisti penso ai catalani di Esquerra Socialista de Catalunya sinistra interna del del PSC o ancora la sinistra socialista del PSOE di Izquierda Socialista o i compagni delle sinistre laburiste inglesi  sino a giungere alle correnti di sinistra del partito socialista francese come quella di "Démocratie & Socialisme”  di cui leader è appunto il compagno Gérard Filoche , di cui vi offriamo, una tradizione, fedele anche se non letterale, del suo ultimo intervento al Consiglio nazionale del PS. Prima però vi offriamo una traduzione dal francese della sua biografia politica in modo da poter meglio contestualizzare l’uomo e la sua elaborazione.

Buona Lettura!

Socialismo Sempre!

Fabio Cannizzaro
***

chi è  GéRARD Filoche ?

Propongo ai compagni e alle compagne una sintesi del recente intervento di Gérard Filoche  al recente consiglio nazionale del PS francese del 7 febbraio 2015.
Il compagno Filoche , si forma nell’ unione degli studenti comunisti e del Partito comunista francese da cui è espulso nel 1966. 
Anima il Comitato pro Vietnam di Rouen, è uno dei fondatori  della Gioventù comunista rivoluzionaria (di tendenza trotskista) e partecipa al maggio ’68. Leader degli  studenti di Rouen. Partecipa alla fondazione della Ligue communiste, poi della Ligue communiste révolutionnaire (LCR), di cui sarà dirigente e membro dell’ufficio politico per circa 25 anni. 
In seno al movimento assume una chiara connotazione, nel giugno del 1974 sostiene una tendenza, che raccoglierà il 20% in seno alla Ligue, nota come “ T1 ”. La sua analisi è originale, privilegia e difende il “lavoro di massa”, auspica un “fronte unico”, un governo di sinistra tra PS e PC e auspica in campo sindacale un "sindacalismo unitario", sostiene i sindacati studenteschi, quelli dei soldati  si oppone in seno alla Ligue alla maggioranza rappresentata da  Alain Krivine, Daniele Bensaïd e Henri Weber. Dirigerà anche il quotidiano “Rouge” della LCR che poi verrà chiuso.
È membro della Segreteria unificata della Quarta internazionale del 1979 a 1994. Divenendo nei congressi mondiali della internazionale trotskista un punto di riferimento.
Negli anni ’80 anima la “minoranza unitaria” della LCR prima di creare " Vent d'Est” poi "Démocratie & Socialisme”. Quando crolla il muro di Berlino e la Ligue communiste révolutionnaire  si rifiuta di votare a sinistra nello scrutinio del 1993, la tendenza che anima e rappresenta, dopo un’attenta riflessione collettiva, decide di uscire dalla LCR e di entrare nel PS francese.
Qui, com’è logico che sia, milita nella sinistra del partito socialista, poi nel 1994 organizza con  " Démocratie & Socialisme” (D&S) e insieme a sindacalisti di vaglia quali tra gli altri Raymond Vacheron, Eric Thouzeau, René Defroment, Jean Yves Lalanne, Jean-Claude Branchereau la campagna “per le 35 ore senza perdita di stipendio“. 
Nel PS diviene da subito membro del Consiglio Nazionale  ed è impegnato in ogni dove a sostenere l’unità a sinistra.
Dal 2000 al  2005, è membro dell'ufficio nazionale del Partito socialista.
D&S si fonde nel 1995 con la Sinistra socialista; Nell’estate del 2002 però si verifica una scissione dovuta anche all’antagonismo tra Mélenchon-Dray benché Filoche faccia di tutto per impedirla. Poi partecipa attivamente alla fondazione sempre  nel 2002 della corrente “Nouveau Parti socialiste” , mentre la corrente D&S cioè Democrazia e Socialismo si divide tra quella di “Nuovo Partito socialista”di  Vincent Peillon, Arnaud Montebourg e  Benoît Hamon, e  quella di “Nouveau Monde” di Henri Emmanuelli e di Jean-Luc Mélenchon.
 È redattore capo della rivista " Démocratie & Socialisme” sin dal 1992.
Questa rivista, animata dai suoi sostenitori,, si pone come passerella tra le differenti sensibilità della sinistra del Partito socialista.
Candidato in 45ª posizione, quindi di fatto non eleggibile, nella lista del PS alle elezioni europee del 1999, è stato anche  escluso delle elezioni municipali di Combs-la-Ville nel  2001,. Fa il segretario di sezione da cinque anni, dopo quattro voti ed ad una voce vicino, e non ha avuto dunque mai un mandato elettivo. 
 
E’ tra i leader della campagna per il "No" al Trattato costituzionale europeo, contro la posizione ufficiale del Partito socialista, mentre la corrente “NPS” che si è pronunziata per il "No", però non anima né sostiene la campagna.
E’ impegnato attivamente  per favorire  l'avvicinamento delle correnti di sinistra del Partito socialista, come appunto in occasione della grande assise al Mercato coperto “Carpentier” di  Parigi del 10 aprile 2004. In quell’occasione si riunì il 40% del PS (NPS, NM, FM, e D&S). gira in lungo e in largo la Francia inun  "trio socialista" con Marc Dolez e Jacques Généreux. Si impegnano in 20 regioni, in  86 riunioni davanti a circa 36 000 persone dal 29 marzo 2005 al 29 maggio 2005, aiutando il " Non socialiste " a guadagnare.
A causa di questo suo impegno pubblico viene spinto a lasciare la corrente del  “Nuovo Partito socialista”, egli, allora, nel 2005  co-fonda la corrente “Alternative socialiste” con Henri Emmanuelli, Marc Dolez e Jean-Pierre Masseret.
 Si impegna per un’alleanza negoziata tra “Alternative socialiste”  e NPS per il congresso di Mans, ma rifiuta la sintesi, come Marc Dolez.
I due fondono le loro sensibilità nella corrente “ Forces militantes pour la démocratie et le socialisme”. Filoche riprende la sua “road map” per la  Francia macinando riunioni su riunioni  in occasione della mobilitazione vittoriosa contro il CPE nella primavera 2006 e  poi contro la "riforma” del Codice del lavoro" dal 2007 al 1 maggio 2008. 
 Tuttavia, Marc Dolez decide di rompere unilateralmente l'alleanza "FMD&S" dopo la designazione di Ségolène Royal come candidata all'elezione presidenziale.
Filoche che aveva sostenuto  la designazione di Laurent Fabius, sceglie di condurre la campagna per Ségolène Royal per contrastare  Sarkozy, ma  Dolez si rifiuta di fare campagna  per Ségolène Royal. 
Nel giugno 2008, è il primo firmatario di uno dei 21 contributi depositati in preparazione del Congresso di Reims del PS
 Nel settembre 2008, egli partecipa alla stesura della mozione di sinistra UMA con Emmanuelli, Lienemann, Benoît e Hamon: " Un monde d'avance : reconstruire l'espoir à gauche ". E’ tra gli animatori della campagna nazionale sviluppata dalla  chiamata alla mobilitazione di  ATTAC/Copernic/FSU/Solidaires/CGT per il diritto alla pensione a 60 anni senza detrazione fiscale e per tutti durante l'anno 2010.
E’ Tra i primi, sostiene l'idea della candidatura di Martine Aubry all'elezione presidenziale di 2012. 
 Al Congresso di Tolosa, presenta il suo contributo " Redistribuer les richesses d'abord " con la corrente “D&S”, (Jean-Jacques Chavigné, della Somme, Gérard Berthiot, vice-président della Champagne-Ardenne, Eric Thouzeau, conseiller régional della Loire Atlantique, Catherine Touchefeu, assessore  a Nantes, Claude Touchefeu, assessore  a Tolosa, Jean-Yves Lalanne, sindaco di  Billère, Pierre Ruscassie...), poi, montano le divergenze strategiche con la corrente “Un monde d'avance” di Benoît Hamon che si rifiuta di presentare una mozione, è il numero 2 della mozione 3 la sinistra " Maintenant la gauche : le social au cœur" con Emanuele Maurel. Viene  rieletto all'Ufficio nazionale del Partito socialista il 15 novembre 2012. 
Conduce campagna affinché il governo di sinistra rifiuta l' "ANI-Medef" del 11 gennaio 2013, affinché amnistii i sindacalisti e perché conduca più a sinistra la sua politica. 
Nel 2014, critica la politica sociale del governo e si chiede se si tratta veramente di una politica di un governo di sinistra.

***

intervento di  GéRARD Filoche 
al consiglio nazionale del psf 
del 7 gennaio 2015.


Sì, il titolo del contributo che vi presento, esplicita che bisogna "ridistribuire le ricchezze" per fare una politica di sinistra, per "salvare" la sinistra ed il partito socialista. Queste ricchezze esistono, la Francia non è stata mai tanto ricca; non bisogna indugiare a ridistribuirle perché ridistribuirle, è Il mezzo per uscire dalla crisi! Tutto qui! 
 
Il contributo è stato depositato con 1200 firme giunte da 90 diversi dipartimenti ieri sera; questi militanti sono desiderosi di partecipare a questo dibattito congressuale tanto necessario al nostro partito. 
 
Il tempo dei contributi, è la democrazia, che permette di leggersi ed ascoltarsi, e noi è naturalmente in accordo con ciò che ha detto qui, Emmanuel Maurel, ma anche Fréderic Lutaud, ma anche Christian Paul di “Vive la gauche”, ma anche, in parte, Jean-Marc Germain. 
 
Ci sembra che bisogna confrontarsi, stabilire delle scalette, fare un grande accordo, per una piattaforma di fondo che permetta di determinare una nuova maggioranza del nostro partito che permetta di fiorire ad un nuovo orientamento della politica del governo. 
 
Perché ri-orientare il governo è drammaticamente urgente; se no andiamo alla sconfitta, se il quinquennio di governo socialista non sarà riuscito, allora varrà neppure  la pena di parlare del 2017, la battaglia sarà  persa in partenza. 
 
Se non vogliamo che il nostro Partito sia scartato, snobbato dai nostri elettori, con  la loro astensione, se vogliamo non conoscere la triste sorte del Pasok, dobbiamo essere, farci  piuttosto Syriza. 
 
Amiamo e difendiamo il grande Partito socialista, la sua grande storia, da un secolo, la storia che va da Jean Jaurès ai nostri giorni, il grande partito della sinistra, di chi lavora, il suo pluralismo, il partito dei lavoratori che producono le ricchezze, non siamo "superati", non siamo "una stella morta", non dobbiamo  cambiare nome; non siamo il partito delle 40 ore, delle 39 ore, delle  35ore , il partito dello smic, degli stipendi, dei CE, dei DP,  dei sindacati, dei CHSCT… sì dei CHSCT che sono la più grande, bella ed avanzata conquista per la salute, il partito della sicurezza dei lavoratori da 30 anni, della legge  Auroux, ahimè, egli ne non esiste che 22 000 su 1,2 milione di imprese, non domanda di sopprimerli ma al contrario, bisogna rinforzarli… difendiamo il partito della Repubblica parlamentare, sociale, dei diritti democratici, della riforma fiscale, della ricostruzione del codice del lavoro, un codice che non è né troppo "grosso" né "repulsivo"… 
 
Amiamo e difendiamo il grande Partito socialista, la sua grande storia, da un secolo, la storia che va da Jean Jaurès ai nostri giorni, il grande partito della sinistra, di chi lavora, il suo pluralismo, il partito dei lavoratori che producono le ricchezze, non siamo "superati", non siamo "una stella morta", non dobbiamo  cambiare nome; non siamo il partito delle 40 ore, delle 39 ore, delle  35ore , il partito dello smic, degli stipendi, dei CE, dei DP,  dei sindacati, dei CHSCT… sì dei CHSCT che sono la più grande, bella ed avanzata conquista per la salute, il partito della sicurezza dei lavoratori da 30 anni, della legge  Auroux, ahimè, egli ne non esiste che 22 000 su 1,2 milione di imprese, non domanda di sopprimerli ma al contrario, bisogna rinforzarli… difendiamo il partito della Repubblica parlamentare, sociale, dei diritti democratici, della riforma fiscale, della ricostruzione del codice del lavoro, un codice che non è né troppo "grosso" né "repulsivo"… 
 
Ciò che ci mette a disagio quando il Primo ministro va in Cina ad invitare i dittatori cinesi a venire in Francia perché qui si "licenzia facilmente", perché le 35 ore sono solo un  "consiglio"… Perché il diritto alla protezione contro il licenziamento è un diritto dell'uomo: l'articolo 4 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino impone di "definire innanzitutto le ipotesi in cui può avvenire la rottura di un contratto". La Carta sociale europea, approvata con  la legge del 10 marzo 1999, articolo 24 prevede "che in vista di assicurare l'esercizio effettivo del diritto alla protezione in caso di licenziamento, le parti si avviano a riconoscere il diritto dei lavoratori a non essere licenziati senza motivi validi legati alla loro attitudine o condotta, o fondati su delle necessità di funzionamento dell'impresa".
L'articolo 7 di questa convenzione prescrive: "il salariato deve potere difendersi innanzitutto licenziamento pronunziato per i motivi legati alla sua condotta o al suo lavoro". non abbiamo a dover svendere i diritti dell'uomo e dei lavoratori davanti ai dittatori cinesi, non è la grande tradizione socialista, ieri, né oggi. 
 
Siamo a disagio quando il ministro dell'economia grida "arricchitevi" e da Las Vegas, domanda ai "giovani di avere voglia di essere miliardari" prima di proporre loro di prendere la corriera quando non hanno abbastanza soldi per prendere il TGV… non è sicuramente l'ideale dei socialisti per la gioventù.
Non si può essere onesto e miliardario. Non ci si può burlarsi dei giovani È in questo genere di deserto degli ideali che nascono gli scorpioni integralisti che hanno voluto uccidere Charlie. 

Siamo a disagio quando lo stesso ministro propone di facilitare ancora oltre i licenziamenti, il lavoro domenicale  e notturno  per le donne povere e precarie e degli studenti bisognosi, di impedire ai salariati di difendersi davanti ai padroni, di essere reintegrati ed indennizzati, ma tanto quando riducono le ispezioni sul lavoro, quando si cancella la medicina del lavoro, quando si sopprime il diritto penale del lavoro ed si rendono insicuri i rappresentanti dei lavoratori di fronte alla attacco padronale, quando si  bloccano gli stipendi, si distribuiscono delle azioni gratuite, e si deregolamenta tutto… E’ il momento quando si hanno  40 000 assunzioni in meno il mese scorso, 192 000 disoccupati in più nel 2014, 450 000 in più da maggio giugno 2012, di facilitare i licenziamenti? Questo non è né economicamente ingegnoso, né appartiene alla tradizione del socialismo né tantomeno al suo avvenire. 
Deregolamentare, ci ha sempre insegnato l’esperienza , aumenta la disoccupazione, e quindi aumenta la crisi: sono i paesi poveri che non hanno regole, il diritto del lavoro, e quindi il diritto al lavoro… dobbiamo tenere duro non cedere oltre all'UMP, a Pierre Gattaz che osa richiedere il licenziamento senza motivo né ricorso, vale a dire la dittatura del datore di lavoro, la fine dello stato di diritto nell'impresa. Come può gridarsi "viva l'impresa" senza gridare "viva i lavoratori?" Un'impresa non è niente senza i lavoratori, chee sono i nostri elettori! Aumentiamo gli stipendi, riduciamo la durata del lavoro, è impossibile ridurre la disoccupazione di massa, i 6 milioni di disoccupati attuali, senza ridurre la durata del lavoro, protégggiamo le 35 ore e camminiamo verso le 32 ore  perché siamo in pieno boom demografico: 850 000 nascite per anno dall'anno 2000, presto 400 000 giovani ogni anno verrà a presentarsi sul mercato del lavoro, e  sarà impossibile, impossibile di rispondere loro senza abbassare drasticamente  la durata del lavoro, senza dividere il lavoro e le sue ricchezze. 
Infine si è a disagio con questa pretesa "unità nazionale" e questa curiosa invocazione dello " Spirito del 11 gennaio". La Repubblica non è un feticcio astratto che può sbocciare nello stesso momento in cui la disoccupazione aumenta e che si può utilizzare per aggredire il diritto del lavoro come si prova a fare con il progetto di legge Macron. Ciò non convince! Ciò è sbagliato! Come può volersi fare l'unità nazionale e con chi? Non ha senso con M Arnaud e la Signora Bettencourt che possiedono in due  più di quanto possiedono 20 milioni di francesi messi insieme.
Né si può fare "l'unità nazionale" col capo dell'UMP, Sarkozy che va a cercare denaro in Qatar e che pretende poi di ritornare  qui a combattere l'integralismo.
Né si può fare "l'unità nazionale" con Le Pen che sostiene la troika affinché questa esige il pagamento integrale del debito greco da Syriza. 

  L'unità nazionale non ha senso, quando non si arriva neanche a fare "l'unità dei socialisti" nel governo. Perché ricordiamolo, si ha un governo minoritario che divide gli stessi socialisti. E quando non si arriva a fare l'unità dei socialisti, non si riesce a federare la sinistra nel paese. Senza unità della sinistra, niente è possibile. Non è col nostro nemico, il Medef, che bisogna ricercare degli accordi, ma occorre fare sintesi  con i Verdi il Fdg, con tutti i partiti di sinistra. 
 
Ed i grandi discorsi sulla Repubblica non hanno senso duraturo se non c'è una reale politica sociale, se si danno 41 miliardi per niente al Medef, e che sottrae  50 miliardi dai nostri bisogni sociali. Per uscire dalla crisi  non occorre sostenere l’austerità, bisogna invece  investire, stimolare e  creare lavoro. Ciò che può permettere di fare arretrare il debito, non è spendere meno, ma semmai spendere più!
 L'equilibrio di bilancio verrà dal rilancio, non dall’ l'austerità distruttrice ed accaparratrice della Signora Merkel. Il denaro c'è ed è tanto; attualmente bisogna volere andare a cercarlo, combattendo le frodi  e pretendendo la  "ottimizzazione" fiscale.
Denunciamo lo scandalo Juncker, Luxleaks. Durante gli ultimi  30 anni, era alla testa del Lussemburgo: 2400 miliardi di euro sono stati fatti deviare, in Lussemburgo operano 340 multinazionali e tra queste cui 58 imprese francesi. Yann Galut dice che ciò ci ha sottratto come collettività 100 miliardi per anno. Dunque perché si va a toccare la Sicurezza sociale? Perché si vanno  a toccare le collettività territoriali ?Perché si va a togliere del denaro alle dotazioni dei comuni, dei dipartimenti, se si può andare a cercarlo da questi imbroglioni che hanno rubato denaro e che lo hanno portato in Lussemburgo? È il denaro della nostra Repubblica, se ne ha bisogno, ricuperiamolo! Ci sono 80 miliardi di frode fiscale, ci sono 600 miliardi nei paradisi fiscali. Le prime 500 famiglie francesi  hanno 440 miliardi, 1 volta e mezzo il bilancio dello stato. 
Volete l’equilibrio di bilancio, volete fare piacere alla  Merkel? So come arrivarci: assumiamo gli ispettori delle tasse necessari, conduciamo accanitamente la  lotta contro le frodi fiscali… Ma per ciò, bisogna opporsi  all'oligarchia. A quell’uno per cento . Ai miliardari ladri. Come in Grecia. Come Syriza.
Occorre la volontà politica, noi siamo il 99%, occorre un grande partito socialista coraggioso, una maggioranza coraggiosa capace di attaccare la finanza, un governo capace di  controllarla! Un'unità, un governo della sinistra rosa, rossa e verde.
È possibile se, ci impegneremo, dare una nuova maggioranza al nostro partito che vuole  andare in questo senso, tra il 21 maggio ed il 6 giugno, al congresso di Poitiers.
È solamente facendo così che si possono  ridistribuire le ricchezze.
Rimobilitiamo la gente, riguadagnamo il consenso elettorale perso. Ecco ciò che propone il contributo che ho appena illustrato e che vi invito a leggere; e con altri, un dibattito, un accordo, una coesa nuova maggioranza è a portata di mano. Se lo si vuole, tutti insieme.
Gérard Filoche         

venerdì 23 gennaio 2015

LA SPERANZA A SINISTRA PARLA GRECO?



Analisi del compagno  Fabio Cannizzaro  sul voto  e la situazione greca e ALTRO ANCORA…


Il voto in Grecia, di domenica prossima,  25 gennaio c.a., si carica di significati e valenze che vanno oltre il  già importante dato politico greco.
 Molti, a sinistra, pensano e considerano l’eventuale, probabile ed auspicabile vittoria del partito Syriza e del suo leader riconosciuto, Alexīs Tsipras, come un dato politico rappresentativo di una rinascita dell’iniziativa e della proiezione politica a sinistra per l’intera Europa e forse anche oltre.
E’ questa un’analisi del tutto condivisibile?
In Italia, nelle analisi che vanno per la maggiore nel nostro Paese, sembra essere invalsa l’idea che Tsipras sia una sorta di occasione per rilanciare, al netto di qualsiasi seria iniziativa, analisi, riflessione quando non “mea culpa” il punto di vista di alcuni settori della sinistra e segnatamente di quelli che si richiamano alla tradizione dell’area cosiddetta comunista.
Non ripeterò qui, in dettaglio, quanto, per noi socialisti, questa “interpretazione” della lotta e della prospettiva di Syriza sia una banalizzazione interessata della parabola politica e dell’elaborazione messa in campo dal partito di cui Tsipras è la guida.
In realtà se scostiamo da davanti ai nostri occhi le “lenti colorate” del mero interesse tattico a sinistra dobbiamo e possiamo tutti riconoscere che Syriza  ha assunto nella realtà ellenica una posizione condivisibile sui motivi e sulle possibili soluzioni della crisi che attanaglia il Vecchio Continente senza essersi mai candidata ad essere la “ridotta” degli eredi o successori del comunismo.
A ciò aggiungiamo, e per noi socialisti non potrebbe essere altrimenti, che in Grecia non esiste solo il fenomeno Syriza, agiscono, infatti, in terra ellenica,  anche altri movimenti  di sinistra, che al pari di Syriza meritano attenzione e rispetto,  come, ad esempio, la neonata Kinima o Movimento dei Socialisti Democratici di Ghiorgos Papandreu o ancora  il partito To Potami fondato da Stavros Theodorakis, senza dimenticare né sovrastimare il pur ancora ancora attivo Pasok o Partito Socialista Panellenico, il cui leader è  Evangelos Venizelos.
Pasok la cui credibilità è, però, in caduta libera, dopo l’alleanza “ pro rigore europeo” con il partito conservatore di Nuova Democrazia.
Tutti gli analisti danno, ad oggi, per scontata la vittoria di Syriza, che secondo i politologi , potrebbe addirittura arrivare a formare da sola, con un monocolore, il futuro governo greco.
Qualunque sia la portata della vittoria di Syriza, resta il fatto che in Grecia sembra volersi affermare, con chiara risolutezza, un nuovo, diverso modo di relazionarsi e confrontarsi con la crisi e cosa ancora più importante con i modi di affrontare questa crisi politica, economica, sociale e democratica che ha letteralmente travolto il Paese.
E’ auspicabile che Syriza e la sinistra greca  mettano in discussione le ricette neoliberiste messe in campo dall’apparato politico-burocratico europeo per affrontare una crisi, creata, a ben vedere, dalle stesse “logiche” che si vorrebbero utilizzare per risolverla.
E’ questa una evidente “contraddizione” che non possiamo, da sinistra, negare né tacere.
Bene fa, dunque, il partito di Syriza e con questo la sinistra greca  a porre in discussione le “ricette” dell’establishment politico, burocratico ed economico europeo.
Chiarito senza ombra di dubbio da che parte stanno e devono stare i socialisti oggi, in Grecia, in Italia in Europa e nell’Occidente è però evidente che il fenomeno Syriza, la sua visibilità riferita anche alla personalità e allo stile di Alexīs Tsipras, pone per noi italiani più che per i greci e la sinistra greca la necessità e per certi versi l’urgenza di riflettere sul progetto onde conoscerlo nella sua reale portata e comprendere se realisticamente questo può influenzare la nostra realtà come più in generale quella della globalizzazione capitalistica finanziaria.
Superata la “vulgata” di certi ambienti pseudomarxisti nostrani che provano a trasformare Syriza e Tsipras in “feticci” dietro cui celarsi onde non fermarsi seriamente a riflettere sui propri errori e le proprie inadeguatezze politiche e d’analisi, resta però, oggi la necessità di sostenere, senza infingimenti, la sinistra greca nella sua battaglia contro il liberismo vecchio e nuovo, baluardo di certi interessi finanziari rapaci.
In questa chiave una posizione equilibrata, condivisa e condivisibile è quella assunta, in Italia,  dai compagni e le compagne firmatari della petizione: “Sostegno alle posizioni di SYRIZA e della sinistra greca“ e promossa da INIZIATIVA 21 GIUGNO, originale momento di sintesi, incontro ed elaborazione della sinistra animata tra gli altri da un sempre puntuale Gim Cassano e a cui in tempi non sospetti ho dato, anch’io,  la mia personale attenzione ed adesione.
Voglio, nondimeno, cogliere l’occasione di questa riflessione per scrivere e ribadire che la sinistra greca, libera da condizionamenti vetero-ideologici di stampo marxista leninista , rappresentati da forme vetuste di organizzazione politica come quelle che ingabbiano il KKE, cioè il Partito Comunista Greco, si candida a vincere , in virtù di analisi che per quanto i compagni di Rifondazione Comunista, de “Il Manifesto” o settori della lista L’Altra Europa pensino, sono frutto non della elaborazione pseudo marxista, neo o post comunista, ma più e meglio sviluppatasi nelle lotte sindacali e sociali e cresciuta all’ombra di  una elaborazione che possiamo definire di “sinistra socialdemocratica e plurale”.
Mi spiego ancor meglio. Questo tipo di  analisi, sono frutto di lotte e  osservazioni su cui i l movimento sindacale e le sinistre socialiste europee si misurano da tempo  e su cui, in larga misura, per lo più concordano.
Occorre, più che mai, attualmente, avere chiaro che, in Europa e non solo, soprattutto le sinistre socialiste riflettono parimenti sia sul fallimento palese, evidente, incontrovertibile dei vecchi paradigmi ed analisi comuniste o neo tali sia  su certe declinazioni e interpretazioni della socialdemocrazia classicamente intesa come anche delle sue esauste varianti blairiane e  schröderiane, di stampo neoliberista che hanno dato pessima prova di sé.
Posto ciò oggi, necessariamente, aggiungerei, l’analisi socialista e democratica europea, e quindi anche quella italiana, non passa più per la vecchia concezione della socialdemocrazia come mera, esclusiva mediatrice e divulgatrice di benessere materiale in conto del capitalismo moderato o moderabile, quanto in una nuova prospettiva, che in Italia, abbiamo già conosciuto, attraverso le analisi anticipatrici e profetiche di un socialista a-marxista e a-comunista quale fu Riccardo Lombardi. Analisi come quelle proposte da Tsipras richiamano, per certi versi, i temi, le analisi e le prospettive di Lombardi, ovviamente aggiornate ai tempi e alla realtà greca ed europea d’oggi.
Anche noi socialisti democratici, noi sinistra del socialismo italiano auspichiamo, dunque, senza se e senza ma, la vittoria di Syriza e della sinistra greca, che può segnare un “punto di svolta”.
 Occorre però esser chiari una cosa è riconoscere un valore alle lotte e alle analisi di Syriza e della sinistra greca un’altra cosa sarebbe assumere acriticamente queste analisi e la vittoria presumibile che ne discenderà come una deterministica “cartina di tornasole” , che basti seguire pedissequamente per giungere alla vittoria della sinistra in Italia o altrove.
I settori che  pensano così, non a caso,  sono quelli più intellettualistici e pseudo marxisti cui accennavo criticamente prima.
Intendiamoci, dunque, la sinistra deve sostenere, oggi e più ancora da lunedì, Syriza, le sinistre greche e l’eventuale governo greco che “capitalizzerà” questa vittoria elettorale, ma non dobbiamo né possiamo pensare che Alexīs Tsipras o gli altri leader di sinistra greca ci possano dispensare o assolvere dalla necessità di una lotta ed una elaborazione politica che in Italia, specie a sinistra, complessivamente,  latita da tempo.
Da socialisti, dunque, non crediamo che la sinistra europea debba solo parlare greco ma più compiutamente saper parlare tutte le lingue e i dialetti dei nostri tanti Territori e Paesi.
Auspichiamo, inoltre, che si realizzi una ampia coalizione di sinistra in Grecia e che attraverso questo incontro e lavorio politico sia possibile arricchire la proposta politica per le  provate genti elleniche.
Trovo poi da socialista molto interessante che il leader di Kinima cioè del nuovo Movimento dei Socialisti Democratici sia quel  Ghiorgos Papandreu che è anche, attualmente, presidente dell’Internazionale Socialista.
Internazionale che è noto a tutti i socialisti, vive momenti di aspra “dialettica” con l’altra organizzazione sovranazionale del socialismo, in questo caso europeo, che è il PES, il Partito Socialista Europeo.
E’ , dunque, mio auspicio, che il compagno Ghiorgos Papandreu, insieme a tutte le sinistre socialdemocratiche e laburiste d’Europa sappia porre il PES davanti al problema di aver rappresentato e rappresentare al momento uno dei sostegni operanti delle logiche neoliberiste in Europa.
Occorre, pertanto, ricordare ai compagni del PES che se questa organizzazione  non saprà uscire dalle sue “antinomie”, si dovrà e potrà porre,  anche  perché no con il sostengo dell’Internazionale Socialista,  la questione della nascita di una nuova, più coerente organizzazione del Socialismo militante  di sinistra in Europa.  

Fabio Cannizzaro



venerdì 19 settembre 2014

YES SCOTLAND: THE DAY AFTER….



Affrontare le persistenti quanto evidenti Questioni Nazionali presenti in Europa è una necessità politica per tutti coloro che comunque si richiamano ai valori e/o agli ideali del socialismo e peculiarmente alla tradizione politica del socialismo autonomo e democratico.
Il referendum scozzese ha avuto, comunque la si pensi, l’evidente merito di aver riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e soprattutto europea i temi dell’esistenza delle Nazioni senza Stato e delle diverse minoranze allogene presenti nel Vecchio continente.
Del resto il problema politico sollevato dagli scozzesi non è tema nuovo, anche a sinistra. In passato il socialismo internazionale ed europeo si è interessato alla relazione tra Questioni Nazionali e Questione Sociale. Ricordiamo le prese di posizione proprie di compagni come  Max e Viktor Adler, Otto Bauer e Karl Renner, oggi conosciuti in ambito socialista come  AUSTROMARXISTI e fautori di un  principio di autonomia nazionale e culturale teorizzato dal compagno  austriaco Otto Bauer nel 1907 nel suo noto: “La questione delle nazionalità e la socialdemocrazia”.
Vi risparmierò qui e ora tutto il divenire del dibattito che poco più di un secolo fa si sviluppo a seguito delle analisi e riflessioni di questo gruppo di compagni e studiosi austriaci o ancora quanto nel merito contino, in campo comunista, le riflessioni del marxista sionista Ber Boronchov.
Ciò che oggi qui mi preme sottolineare è che il voto scozzese ha avuto il pregio, nel nostro tempo, di sdoganare, dal dato meramente identitario e nazionalistico, la riflessione sull’Autogoverno e l’Autodeterminazione dei Popoli e delle Genti soprattutto in Europa ed in Occidente.
E’ la prima volta che un siffatto dibattito assume queste dimensioni da quando abbiamo inaugurato il nuovo secolo.
Io , con me i compagni di xQS, cioè dell’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana , in occasione del referendum di ieri 18 settembre 2014, coerenti con noi stessi, con le nostre idee e i valori socialisti che professiamo, abbiamo sostenuto, intellettualmente, non essendo elettori scozzesi, le ragioni di chi, da sinistra, ha scelto il SI’, lo YES.
Non ci siamo schierati calcisticamente, ma abbiamo sviluppato, senza prosopopea e senza ampollosi autocompiacimenti, una riflessione sul senso di un referendum che è e resterà un’eccezione, un unicum, storico-istituzionale e politico, per l’Europa di questo nostro XXI secolo.
E’, infatti, a tutti chiaro, come più d’un notista ha sottolineato, in questi giorni, che il “plebiscito” scozzese è stato possibile solo perché essendo il Regno Unito uno Stato di Common Law, in esso non esiste una Costituzione scritta. 
Chiarito ciò ed a urne chiuse, avverto la necessità di dire con eguale pacatezza  che non mi sono pentito, non ci siamo pentiti, da socialisti e democratici e siciliani, di avere sostenuto le ragioni del SI’, dello YES.
Non ripeterò qui e ora le ragioni d’ordine storico–politico e culturale-istituzionale che danno senso e spessore all’esigenza di Autogoverno degli scozzesi, quanto vorrei porre l’attenzione su come è stata posta l’intera questione referendaria in termini organizzativi e politici.
Se esce sconfitta, oggi e qui, l’immediatezza della proclamazione di una indipendenza statuale tout court è altresì vero che vi è un indubbio vincitore politico che, anche oltre la sconfitta numerica, è e resta lo Scottish National Party e il suo Leader, Alex Salmond.
Salmond, un leader sempre più carismatico e capace, ha mostrato come sia possibile assumere e mantenere una leadership politica all’interno di un movimento politico nazionale, guidandolo con piglio autorevole e con sicura condivisione dei metodi e delle regole democratiche.
Rispetto che lo ha spinto, oggi, dopo la proclamazione del risultato, a rimettere  il suo mandato da Primo Ministro di Scozia e da leader del suo amato SNP. Auspico che lo Scottish National Party respinga le dimissioni  di questo leader, che ha saputo escludere dall’agenda politica tendenze egoiste,etniciste e/o differenzialiste.
Nei giorni che hanno preceduto il voto scozzese ho avuto modo di confrontarmi con tanti compagni, favorevoli e più spesso contrari al distacco da Londra  e a tutti costoro ho ripetuto il medesimo ragionamento: “Guardate che lo S.N.P. (Scottish National Party) è una organizzazione politica matura, di stampo socialdemocratico, che deve essere inserita, a mio avviso, a pieno titolo, tra le forze della sinistra scozzese.”
Un riconoscimento, politico e politologico, dovuto per  un’organizzazione politica che secondo i correnti parametri è  sicuramente più a sinistra di quanto lo sia o si dichiari, in Italia, il Pd.
Da oggi, 19 settembre 2014 inizia, in Scozia, e di converso, in Europa, una nuova stagione della lotta delle Nazioni senza Stato e delle minoranze allogene, che come gli scozzesi vorranno e sapranno, emarginare i propri egoismi e parlare di questioni sociali ,economiche e culturali contingenti e coinvolgenti.
Concludo questo mio intervento, dicendo che se dovessi chiosare quanto accaduto durante la consultazione diretta di ieri, potrei dire che hanno certo perso i SI’ , ma non hanno certamente vinto i NO.
E’ più realistico scrivere, dire che havinto la democrazia praticata che ha posto al centro dell’Agenda politica il tema trasversale dell’Autogoverno.
Toccherà agli scozzesi ora dare senso e prospettiva al loro futuro, cosa più facile se manterranno un partito coeso come lo SNP e in questo un leader, di forza e carattere, come Salmond.
Per il resto d’Europa, è bene dirlo,  le cose non saranno più facili, di per sé,  dopo il voto scozzese, anche se con l’esempio offerto dal referendum si avrà una maggiore attenzione per le questioni Nazionali non etnicistiche.
Un'altra scadenza di valore politico, a breve termine, sarà la consultazione, questa senza valore istituzionale, del nove novembre in Catalogna, dove però la situazione del movimento favorevole all’autogoverno è storicamente ed organizzativamente diversa, complessa e frastagliata.
Noi tutti come esponenti socialisti europei abbiamo il dovere di non abbandonare le Questioni Nazionali nelle mani delle destre, dei populisti e dei settori etnicistici e xenofobi.
Saremo all’altezza?


Fabio Cannizzaro

lunedì 7 luglio 2014

L’UNITA’ DELLA SINISTRA E IL RUOLO DEI SOCIALISTI



La riflessione su cosa è oggi sinistra e su come questa possa anzi debba trovare unità e sintesi, in questo Paese, è centrale.
Hanno ragione i compagni, le compagne che insistono su questo elemento. 
Con altrettanta schiettezza a nessuno di noi sfugge che tanti malintesi e fraintendimenti sembrano, concretamente, impedire questo processo di riorganizzazione e ricomposizione.
Cercare colpe, responsabili è tutto sommato la cosa più facile ed immediata. Ognuno di noi in base alla sua storia politica, al suo essere schierato, alle analisi e perché no alle sue simpatie ed antipatie potrebbe fornire un indiziato, sia esso gruppo, movimento o perché no anche singolo o singola.
La verità è, diciamocelo compagni, che non si comprende la perentoria urgenza che è sottesa a questa necessità di riorganizzazione della sinistra in questo Paese.
Personalmente, del resto non è un segreto, alle ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, per motivi che ho largamente e pubblicamente esposto, in pubblico e privato, ho votato ed invitato a votare insieme ai compagni del circolo socialista indipendente nebroideo “Italo Carcione” in cui milito ( che aderisce al Coordinamento dei Circoli Socialisti siciliani) per la LISTA TSIPRAS.
L’ho fatto nella duplice convinzione, che tutt’ora mantengo, prima che i socialisti di questo Paese non potevano e non dovevano ( e quindi aggiungo non devono e non possono) votare e più ancora confondere i propri destini con quelli di un’organizzazione politica espressamente non socialista quale, oltre ed al di là, di ogni risultato elettorale è e resta il Partito democratico e poi che occorre una “sintesi” a sinistra.
Ciò che è accaduto a urne ferme, ciò che sta ancora accadendo, a sinistra del Pd, era qualcosa di tutto sommato previsto e prevedibile.
L’aver appena superato, di un soffio, l’innaturale, a-democratico sbarramento del quattro per cento, ha scatenato il peggio del vecchio tatticismo in seno alla sinistra italiana.
Come socialisti, per averlo a lungo sperimentato e subito, ben conosciamo l’ostracismo “purista” e parolaio  di certi settori della “gauche” rivoluzionaria (quanto piccolo borghese  e pantofolaia  di questo Paese).
Eppure malgrado loro, credevamo che l’esperienza della lista Tsipras andasse tentata e sempre, da socialisti, la consideriamo non solo una affermazione anche nostra (N.d.R. di noi socialisti che l’abbiamo votata) quanto più e meglio una grande “prova strategica” offerta dagli elettori di sinistra, di tutta la sinistra, a queste sue presunte classi dirigenti e intellettuali, sempre più autoreferenziali e politicamente intempestive.
La vittoria, per quanto risicata della Lista Tispras è la vittoria della maturità di una parte dell’elettorato di sinistra di questo Paese. Punto e basta.
I giochi, a bocce ferme, tra organizzazioni politiche, tra gruppi intellettuali esprimono invece il peggio e, con tutta chiarezza, forniscono le ragioni perché, in questo Paese, la sinistra continui ad inanellare sconfitte su sconfitte.
Da socialisti, senza voler essere settari ma dovendo analizzare la realtà, ci tocca constatare che si sono segnalati per attivismo nella distruzione delle possibili ragioni di un’aggregazione che partisse dal risultato delle Europee, alcuni, ben determinati settori della sinistra e segnatamente quelli che si rifanno ad una parte della tradizione comunista, attraverso il nenniano “gioco-invocazione”, alla purezza dell’azione e dell’analisi.
Innanzi a questi dati politici concreti ed evidenti, noi come socialisti abbiamo il diritto ed il dovere di trarre alcune necessarie conclusioni.
Per prima cosa dobbiamo prendere atto che molti ( troppi!) brigano, al di là e oltre le intenzioni espresse, spingendo concretamente per tenere viva la distinzione tra socialisti e comunisti o almeno le ascendenze e dipendenze, dirette ed indirette, da queste due tradizioni e prassi, per come si sono dipanate dal gennaio del lontano 1921.
Leggiamo, ascoltiamo, respiriamo nella concretezza della quotidianità politica, certo senza generalizzare, che esiste, vive ed è nutrito da più parti ancora un vivo pregiudizio verso e contro la tradizione socialista tout court.
E’ un dato politico di cui abbiamo il dovere da socialisti di tenere conto.
Dobbiamo riconoscere, obtorto collo, che i comunisti, i post comunisti, gli ortodossi, veri e presunti, per lo più “vivono” i socialisti con difficoltà quando pensano ad una riorganizzazione della sinistra in questo Paese.
La cosa allo stesso tempo divertente, quanto paradigmaticamente inquietante, è che questi presunti, autonominati settori “ortodossi”, seguaci di varie osservanze “comuniste”, sono e rappresentano, ad analizzarne storia, prospettive e flussi, piccoli gruppi incapaci, in sé, da sé, di sintesi e di proiezione politica.
Ancora più sferzante, se vogliamo provarla, dovrebbe e potrebbe essere l’analisi verso i loro “inorganici “ intellettuali, veri e propri “chierici” del confusionismo ideologico e radical chic.
Tutti costoro rientrano sotto l’ombrello della sintetica, pungente quanto paradigmatica definizione coniata dal compagno Giuseppe Giudice che li apostrofa, senza appello e a giusta ragione, come “funeral-comunisti”.
In questa situazione, stando così le cose. Noi socialisti vediamo prospettarsi tre possibili strade per l’azione socialista.
Ci sono coloro che, additando, a loro dire, la “voce degli occhi” di trotskiana memoria, dicono e sostengono che è impossibile, stando queste condizioni, una qualsivoglia ricomposizione della sinistra.
Costoro finiscono quindi per dichiarare l’inutilità d’ogni sforzo in tal senso.
Da questa posizione fatalistica, certi, fortunatamente pochi, derivano una sorta di appello alla smobilitazione, al disimpegno e certuni talvolta giungono anche a preconizzare per il socialismo un futuro fatto di liaison, strane e balzane, come quella con la lega nord che alcuni propongono come fosse una salvifica “uscita di sicurezza” per il socialismo ed un collocamento alla destra del “centrista” Pd.
E’ evidente che come socialisti non accettiamo né riconosciamo rilievo e valore alcuno a siffatte “derive”. 
Proprio perché constatiamo e prendiamo atto del resistere e persistere, in ambito, diremo latamente comunista, di questi rachitismi e questi rigurgiti antisocialisti, proprio in virtù di tutto ciò abbiamo, da compagni e compagne, il dovere di non ritirarci dall’impegno di contribuire alla riorganizzazione della sinistra in questo Paese.
Che piaccia o no, a comunisti, ex comunisti o affini, oggi occorre dire, a voce alta, che una riorganizzazione credibile e concreta della sinistra in questo Paese può passare, anzi dovrà passare, per un “travaso” e una “sintesi” tra diverse culture politiche, una delle quali è necessariamente, obbligatoriamente quella Socialista.
Qualunque cosa ne pensi certa intellettualità pseudo engagé, è la cultura socialista, la sua capacità di formare e quadri politici, sindacali e nelle organizzazioni sociali che ha salvato, fino ad oggi, la sinistra, il movimento sindacale e l’associazionismo di sinistra dalla scomparsa e dall’inessenzialità.
Serve l’onesta intellettuale e il giusto orgoglio per dire che la responsabilità”” delle strutture organizzative a sinistra è pesato, qualitativamente e numericamente, per lo più, sui socialisti, di tradizione e formazione, e sulla loro capacità di reggere e produrre attività politica.
Chiarito ciò è ovvio, e siamo i primi a riconoscerlo, che occorre andare, adesso,  oltre le vecchie tradizioni ed appartenenze.
Ciò ovviamente non significa obliarle o obnubilarle, semmai il contrario, esaltandone i punti forza senza mai sminuire né mitizzare.
Ed è appunto questa la “prospettiva” che credo, noi socialisti, dovremmo sposare.
Occorre una sintesi feconda tra diverse tradizioni ma per giungere a tale “sintesi” occorre reciproco rispetto e non un mero esercizio di dinamiche di potere.
Se però qualcuno, in qualche cenacolo pensasse o ipotizzasse che la riorganizzazione della sinistra passi o possa passare per un’abiura o una sconfessione della storia politica o delle scelte passate presenti etiche e ideali dei socialisti, allora, resterà deluso dovendosi questa volta assumere, in toto,  il peso del fallimento politico dettato dalla propria inadeguatezza politica.
Esiste poi una terza ipotesi che si prospetta dinnanzi ai socialisti, è l’ipotesi perorata da settori del PS nenciniano, ma non solo da essi, che mira, in concreto, alla diluizione nel calderone del Pd della storia, della tradizione e delle stesse ragioni d’essere e agire del socialismo nel partito di Renzi. Costoro sposano una teoria secondo la quale il Pd, giocherebbe, in questo Paese, a seconda della propria bisogna, ora il ruolo di “moloch” centrista, ora quello di “sinistra” pallidissima e stinta.
 E’ chiaro ed altrettanto immediato che una simile prospettiva è per i socialisti inaccettabile dato che condannerebbe loro e l’intera sinistra, politica e sociale,  all’ annientamento.
Alla luce di questo rapido excursus, credo, almeno dal mio punto di vista, che l’unica via percorribile, per chi è e si sente socialista oggi sia quella di proseguire nella difesa dei valori e dei principi socialisti, offrendosi, senza tentennamenti, per una riorganizzazione della sinistra, che però rispetti i valori, le tradizioni, l’etica e la presenza socialista.
Se così non fosse, i socialisti, non debbono assolutamente scoraggiarsi, dato che la loro battaglia per la sinistra, a sinistra, non si esaurisce, non si è mai esaurita con il fallimento dei processi unificativi, ma prosegue nella convinzione che pur essendo una parte della sinistra, noi ne siamo storicamente una delle componenti attive essenziali, pronta a lottare, sempre e comunque, per i valori del Socialismo che sono, a ben vedere, i valori, della Sinistra, dei Lavoratori e della Gente umile ma operosa.

Fabio Cannizzaro