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venerdì 11 luglio 2025

DA CARDIFF UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO FONDAMENTALE DELL’AUTODETERMINAZIONE E AGGIUNGIAMO NOI DELLA PACE IN E PER L’EUROPA

 



Il 5 luglio scorso, la città di Cardiff, in Galles, è stata teatro di un importante assemblea — la Conferenza della Commissione Internazionale per i Cittadini Europei (ICEC).

Questa ONG internazionale, è stata creata a suo tempo  per unire movimenti, partiti, enti, istituzioni e individui che sostengono gli ideali di una democrazia europea ispirata dal diritto universale all’autodeterminazione dei popoli che si impegna con fermezza a promuovere nel continente europeo.

L'ICEC funziona come un forum vitale —un punto di incontro in cui si confrontano e si diffondono ragionamenti e riflessioni di natura accademica, sociale e politica riguardanti il diritto universale all’autodeterminazione, la democrazia europea e i diritti umani.

La Commissione è costituita da membri di varie organizzazioni sociali, partiti politici e reti accademiche e accoglie partecipazioni sia individuali sia a nome delle organizzazioni aderenti, favorendo così un dialogo diversificato e inclusivo.

La recente conferenza di Cardiff è stata segnata dalla partecipazione delle sette nazioni—Scozia, Galles, Catalogna, Paese Basco, Fiandre, Südtirol e Veneto— che costituiscono l’ICEC integrate stavolta da due delegazioni ospiti provenienti dalla Bretagna e dalla nostra Sicilia.

In modo particolare, la delegazione siciliana, rappresentata dall’organizzazione "Trinacria”. In un gesto politico e parimenti di forte valore simbolico, i rappresentanti dei gruppi presenti di queste nazioni hanno firmato la "Dichiarazione di Cardiff", un impegno multilaterale a difesa del diritto a un’autodeterminazione pacifica e democratica, sottolineando al contempo l’importanza di rafforzare la collaborazione tra le delegazioni dei sette paesi.

Questa dichiarazione traccia una visione condivisa di indipendenza nazionale, fondata su principi fondamentali: partecipazione attiva dei cittadini, sostegno reciproco e tutela dei valori democratici europei.

Riflettendo sull’importanza di questo raduno, Phyl Griffiths, presidente di YesCymru, ospite e portavoce dell’ICEC in Galles, ha commentato: «Questo è più di una semplice dichiarazione; rappresenta un passo collettivo avanti per le nostre nazioni».

La presenza di una delegazione siciliana sebbene il movimento nazionale isolano rimanga ancora poco organizzato e politicamente marginale rispetto agli altri paesi partecipanti, riveste comunque un significato rilevante.

Non solo sottolinea l’evidente riconoscimento internazionale della centralità della Sicilia e dei suoi abitanti, ma marca anche il ruolo fondamentale che le relazioni internazionali possono svolgere nel tentativo di affrontare e risolvere la cosiddetta "Questione Siciliana".

La partecipazione a Cardiff rappresenta quindi un’opportunità preziosa di crescita politica e sociale, dimostrando che anche movimenti meno strutturati, come quelli che rappresentano le aspirazioni nazionali e sociali della Sicilia, possono beneficiare del dialogo e della cooperazione internazionale.

Questa conferenza ha celebrato l’impulso dei movimenti indipendentisti europei, creando inoltre un terreno fertile per discussioni su mobilitazione di massa, opportunità internazionali e coinvolgimento civico.

Inoltre, ha riaffermato l’impegno costante dei movimenti che si riconoscono nell’ICEC nel costruire un futuro fondato sulla giustizia, la democrazia e l’autodeterminazione —valori che continuano a risuonare e a risultare indispensabili nel variegato panorama europeo.

In questo contesto, diventa evidente che la lotta dei movimenti autonomisti e indipendentisti di tutta Europa richiede un’integrazione armoniosa di sforzi diplomatici e di strategie politiche mirate.

In regioni come la Sicilia, ad esempio, richiede che si riconosca la necessaria centralità di politiche sociali per la pace e per la smilitarizzazione intese non come semplici scelte strategiche, ma semmai come imperativi fondamentali.

Questi interventi sono cruciali per rafforzare la credibilità e garantire un sostegno duraturo agli sforzi di autodeterminazione, permettendo a questi movimenti di andare oltre i confini locali e di risuonare su un palcoscenico internazionale più ampio.

 F.C.


giovedì 3 luglio 2025

AUTODETERMINAZIONE? REFERENDUM PRO INDIPENDENZA? LA CONTRADDIZIONE CHE SFIDA I SICILIANI OGGI!

 



Il 15 maggio scorso, le testate giornalistiche e le agenzie di stampa, siciliane e non, hanno dato notizia di una richiesta di autorizzazione per la raccolta firme volta a indire un referendum di iniziativa popolare sulla indipendenza dell’Isola, protocollata presso l’Assemblea Regionale Siciliana. 

A prima vista, questa notizia potrebbe sembrare un episodio marginale, quasi una curiosità nel panorama politico siciliano. 

Un’analisi più approfondita, tuttavia, rivela come questa iniziativa sia inserita in un contesto storico, culturale e politico di lunga durata, che richiede una riflessione articolata e critica. 

L’origine della proposta va ricondotta a un comitato denominato “Comitato dei 10”, costituito da cittadini e cittadine con esperienze nel campo del sicilianismo e, in alcuni casi, coinvolti nel Movimento dei Forconi. 

Questa componente rappresenta un segmento del più ampio spettro del sicilianismo, che nel corso della storia ha oscillato tra diverse declinazioni: dall’autonomismo moderato al nazionalismo più radicale, fino all’indipendentismo più deciso. 

Tuttavia, è fondamentale sottolineare che la richiesta di autodeterminazione, così come le spinte identitarie, non possono essere ridotte a un mero esercizio di volontà politica o a un interesse di pochi, spesso alimentato da nostalgie o da logiche di potere.

Come evidenziato da Antonio Canepa, filosofo e politico siciliano, bisogna pensare l’autodeterminazione come un processo di piena soddisfazione dei bisogni, delle aspirazioni e della vita dei siciliani, piuttosto che come un mero strumento di rivendicazione nazionale o di affermazione di un’identità celata, spesso usata per nascondere gli interessi di certa borghesia isolana e delle classi upperclass. 

In questa chiave, l’autodeterminazione può e deve essere interpretata come un’opportunità di cambiamento sociale, di reale alternativa e non come un semplice cambio di volti o di classi dirigenti. 

È un processo che deve rispondere ai bisogni concreti della popolazione siciliana, a una visione inclusiva e giusta della società, in cui nessuno sia sfruttato o oppresso, e in cui le aspirazioni di tutti possano trovare spazio e riconoscimento. 

La proposta di un referendum popolare rievoca, in una versione moderna, le iniziative di autodeterminazione che hanno caratterizzato il pensiero e le azioni di movimenti e figure storiche siciliane, spesso alimentate da un senso di esclusione, oppressione e sfruttamento economico. 

Da un punto di vista storiografico, è importante sottolineare come la Sicilia abbia attraversato molteplici fasi di ricerca identitaria e rivendicazioni di autonomia o indipendenza, dal Risorgimento fino al fascismo, passando per le rivendicazioni del secondo dopoguerra e le spinte più recenti. 

Il desiderio di autodeterminazione, del resto, è sempre stato un elemento centrale del discorso politico e culturale siciliano. 

Tuttavia, questa spinta deve essere accompagnata da una consapevolezza critica: non può essere interpretata come un interesse di pochi o come un atto simbolico, ma come un passo verso una reale emancipazione sociale ed economica.

Come affermava Antonio Canepa, questa emancipazione richiede di mettere al centro i bisogni, le aspirazioni e la vita dei siciliani, superando le logiche di sfruttamento e di divisione tra sfruttati e sfruttatori. 

La recente richiesta di un referendum pro indipendenza si inserisce, dunque, in questa tradizione, ma non possiamo dimenticare che giunge in un momento storico segnato da crisi di rappresentanza, decadenza economica e crisi identitarie. 

È qui che si manifesta il bisogno di ripensare l’indipendenza come un processo di trasformazione sociale, capace di offrire un’alternativa concreta alle logiche di sfruttamento e disuguaglianza, e non come un semplice esercizio di identità o interesse di pochi. 

È importante considerare altri aspetti di questa realtà complessa: la Sicilia, nel suo ruolo geostrategico e militare, è stata e continua ad essere un punto nodale nel contesto internazionale. 

La presenza di basi militari statunitensi e NATO, di strutture come il MUOS (Mobile User Objective System), testimonia come l’Isola sia stata scelta e continui ad essere utilizzata come un hub strategico per operazioni militari e di intelligence delle potenze occidentali. 

Questa posizione di rilievo ha comportato nel tempo l’installazione di infrastrutture militari di alto livello, che influenzano la sovranità effettiva dell’Isola e la sua economia, creando spesso un rapporto di dipendenza e controllo che va oltre le questioni politiche interne. 

In questo quadro, ogni discorso di autodeterminazione e indipendenza va esaminato anche alla luce di questa realtà geopolitica.

La presenza di basi e strutture come il MUOS, con la loro valenza strategica e militare, deve essere considerata quando si parla di autodeterminazione e sovranità. 

Più in generale, questa situazione evidenzia come la vera autonomia non possa essere raggiunta senza un profondo cambiamento delle strutture di potere e senza una riflessione critica sulle logiche militari e sulla dipendenza da potenze straniere. 

L’autonomia autentica, dunque, passa anche per una prospettiva di pace, smilitarizzazione e giustizia sociale. 

Solo attraverso un impegno deciso verso la riduzione delle presenze militari e la promozione di politiche di pace si può rafforzare una sovranità reale, libera dall’influenza di potenze esterne e dai vincoli di un militarismo oppressivo. 

A questa esigenza si collega anche l’obiettivo di lavorare per una società civile pacifica, inclusiva e impegnata nella costruzione di relazioni internazionali basate sulla cooperazione e non sulla guerra. 

La strada verso l’autodeterminazione richiede necessariamente un serio progetto di smilitarizzazione della Sicilia che coinvolga tutte le forze sociali, culturali e politiche dell’Isola, in modo diverso da quello imposto dall’alto che ci ha portato alla situazione attuale. 

In questo senso, si rende ancora più evidente quanto il problema di una proposta come quella del “Comitato dei 10” esprima, anche al di là delle intenzioni dei promotori, una sua debolezza intrinseca, non supportata da un movimento sociale e politico forte, coeso e riconosciuto. 

Un referendum pro indipendenza può essere uno strumento di espressione popolare, capace di rafforzare il senso di appartenenza e responsabilità collettiva, solo quando nasce da un percorso di mobilitazione condiviso. 

Se i promotori considerano il referendum come la “leva” di questa mobilitazione, si sbagliano: in realtà, è l’esatto contrario. 

Il referendum dovrebbe rappresentare il culmine di un processo partecipativo, un’espressione concreta di un movimento sociale radicato, che sostenga questo obiettivo con leadership riconosciute e una piattaforma di lotta condivisa. 

Senza questa base, il rischio è che il voto diventi un gesto simbolico e isolato, incapace di produrre cambiamenti reali, alimentando illusioni o disillusioni. 

Inoltre, l’assenza di una soggettività politica credibile e organizzata rende questa iniziativa vulnerabile a strumentalizzazioni e sfruttamenti da parte di settori interessati a mantenere lo status quo. 

La storia recente mostra come molte iniziative di questo tipo, prive di un movimento sociale solido, siano state sfruttate o siano fallite, lasciando solo delusione e sfiducia. 

In questo quadro, l’elemento fondamentale è la costruzione di un progetto di autodeterminazione radicato in una reale mobilitazione sociale e politica, che abbia al centro la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse e la dignità di ogni siciliano. 

Parallelamente, questa riflessione ci porta a ritenere che l’indipendenza e l’autodeterminazione devono essere accompagnate da un impegno deciso per la pace e la smilitarizzazione dell’Isola. 

Le infrastrutture strategiche come il MUOS e le alleanze internazionali di difesa sono elementi che, invece di rafforzare la sovranità, spesso la erodono e la rendono dipendente da interessi esterni. 

Per questo, ogni percorso di autodeterminazione dei siciliani deve essere accompagnato da una forte volontà di promuovere una società pacifica, inclusiva e libera da logiche militari e di guerra. 

Solo così si può tradurre la volontà popolare in una reale sovranità, capace di garantire un futuro di pace e libertà autentica. 

In conclusione, le proposte come quella avanzata dal “Comitato dei 10” devono essere interpretate più come un’opportunità per ripensare il senso e la prospettiva del progetto di autodeterminazione della Sicilia di oggi e di domani che come una prospettiva attualmente praticabile. 

L’autodeterminazione come processo richiede un impegno serio, democratico e partecipato, che parta dal basso. 

Solo così potremo rafforzare l’identità, la sovranità e il futuro dei siciliani e dell’Isola, in un orizzonte di pace, giustizia sociale e autogoverno autentico.

Fabio Cannizzaro


venerdì 19 settembre 2014

YES SCOTLAND: THE DAY AFTER….



Affrontare le persistenti quanto evidenti Questioni Nazionali presenti in Europa è una necessità politica per tutti coloro che comunque si richiamano ai valori e/o agli ideali del socialismo e peculiarmente alla tradizione politica del socialismo autonomo e democratico.
Il referendum scozzese ha avuto, comunque la si pensi, l’evidente merito di aver riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e soprattutto europea i temi dell’esistenza delle Nazioni senza Stato e delle diverse minoranze allogene presenti nel Vecchio continente.
Del resto il problema politico sollevato dagli scozzesi non è tema nuovo, anche a sinistra. In passato il socialismo internazionale ed europeo si è interessato alla relazione tra Questioni Nazionali e Questione Sociale. Ricordiamo le prese di posizione proprie di compagni come  Max e Viktor Adler, Otto Bauer e Karl Renner, oggi conosciuti in ambito socialista come  AUSTROMARXISTI e fautori di un  principio di autonomia nazionale e culturale teorizzato dal compagno  austriaco Otto Bauer nel 1907 nel suo noto: “La questione delle nazionalità e la socialdemocrazia”.
Vi risparmierò qui e ora tutto il divenire del dibattito che poco più di un secolo fa si sviluppo a seguito delle analisi e riflessioni di questo gruppo di compagni e studiosi austriaci o ancora quanto nel merito contino, in campo comunista, le riflessioni del marxista sionista Ber Boronchov.
Ciò che oggi qui mi preme sottolineare è che il voto scozzese ha avuto il pregio, nel nostro tempo, di sdoganare, dal dato meramente identitario e nazionalistico, la riflessione sull’Autogoverno e l’Autodeterminazione dei Popoli e delle Genti soprattutto in Europa ed in Occidente.
E’ la prima volta che un siffatto dibattito assume queste dimensioni da quando abbiamo inaugurato il nuovo secolo.
Io , con me i compagni di xQS, cioè dell’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana , in occasione del referendum di ieri 18 settembre 2014, coerenti con noi stessi, con le nostre idee e i valori socialisti che professiamo, abbiamo sostenuto, intellettualmente, non essendo elettori scozzesi, le ragioni di chi, da sinistra, ha scelto il SI’, lo YES.
Non ci siamo schierati calcisticamente, ma abbiamo sviluppato, senza prosopopea e senza ampollosi autocompiacimenti, una riflessione sul senso di un referendum che è e resterà un’eccezione, un unicum, storico-istituzionale e politico, per l’Europa di questo nostro XXI secolo.
E’, infatti, a tutti chiaro, come più d’un notista ha sottolineato, in questi giorni, che il “plebiscito” scozzese è stato possibile solo perché essendo il Regno Unito uno Stato di Common Law, in esso non esiste una Costituzione scritta. 
Chiarito ciò ed a urne chiuse, avverto la necessità di dire con eguale pacatezza  che non mi sono pentito, non ci siamo pentiti, da socialisti e democratici e siciliani, di avere sostenuto le ragioni del SI’, dello YES.
Non ripeterò qui e ora le ragioni d’ordine storico–politico e culturale-istituzionale che danno senso e spessore all’esigenza di Autogoverno degli scozzesi, quanto vorrei porre l’attenzione su come è stata posta l’intera questione referendaria in termini organizzativi e politici.
Se esce sconfitta, oggi e qui, l’immediatezza della proclamazione di una indipendenza statuale tout court è altresì vero che vi è un indubbio vincitore politico che, anche oltre la sconfitta numerica, è e resta lo Scottish National Party e il suo Leader, Alex Salmond.
Salmond, un leader sempre più carismatico e capace, ha mostrato come sia possibile assumere e mantenere una leadership politica all’interno di un movimento politico nazionale, guidandolo con piglio autorevole e con sicura condivisione dei metodi e delle regole democratiche.
Rispetto che lo ha spinto, oggi, dopo la proclamazione del risultato, a rimettere  il suo mandato da Primo Ministro di Scozia e da leader del suo amato SNP. Auspico che lo Scottish National Party respinga le dimissioni  di questo leader, che ha saputo escludere dall’agenda politica tendenze egoiste,etniciste e/o differenzialiste.
Nei giorni che hanno preceduto il voto scozzese ho avuto modo di confrontarmi con tanti compagni, favorevoli e più spesso contrari al distacco da Londra  e a tutti costoro ho ripetuto il medesimo ragionamento: “Guardate che lo S.N.P. (Scottish National Party) è una organizzazione politica matura, di stampo socialdemocratico, che deve essere inserita, a mio avviso, a pieno titolo, tra le forze della sinistra scozzese.
Un riconoscimento, politico e politologico, dovuto per  un’organizzazione politica che secondo i correnti parametri è  sicuramente più a sinistra di quanto lo sia o si dichiari, in Italia, il Pd.
Da oggi, 19 settembre 2014 inizia, in Scozia, e di converso, in Europa, una nuova stagione della lotta delle Nazioni senza Stato e delle minoranze allogene, che come gli scozzesi vorranno e sapranno, emarginare i propri egoismi e parlare di questioni sociali ,economiche e culturali contingenti e coinvolgenti.
Concludo questo mio intervento, dicendo che se dovessi chiosare quanto accaduto durante la consultazione diretta di ieri, potrei dire che hanno certo perso i SI’ , ma non hanno certamente vinto i NO.
E’ più realistico scrivere, dire che havinto la democrazia praticata che ha posto al centro dell’Agenda politica il tema trasversale dell’Autogoverno.
Toccherà agli scozzesi ora dare senso e prospettiva al loro futuro, cosa più facile se manterranno un partito coeso come lo SNP e in questo un leader, di forza e carattere, come Salmond.
Per il resto d’Europa, è bene dirlo,  le cose non saranno più facili, di per sé,  dopo il voto scozzese, anche se con l’esempio offerto dal referendum si avrà una maggiore attenzione per le questioni Nazionali non etnicistiche.
Un'altra scadenza di valore politico, a breve termine, sarà la consultazione, questa senza valore istituzionale, del nove novembre in Catalogna, dove però la situazione del movimento favorevole all’autogoverno è storicamente ed organizzativamente diversa, complessa e frastagliata.
Noi tutti come esponenti socialisti europei abbiamo il dovere di non abbandonare le Questioni Nazionali nelle mani delle destre, dei populisti e dei settori etnicistici e xenofobi.
Saremo all’altezza?


Fabio Cannizzaro