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giovedì 3 luglio 2025

AUTODETERMINAZIONE? REFERENDUM PRO INDIPENDENZA? LA CONTRADDIZIONE CHE SFIDA I SICILIANI OGGI!

 



Il 15 maggio scorso, le testate giornalistiche e le agenzie di stampa, siciliane e non, hanno dato notizia di una richiesta di autorizzazione per la raccolta firme volta a indire un referendum di iniziativa popolare sulla indipendenza dell’Isola, protocollata presso l’Assemblea Regionale Siciliana. 

A prima vista, questa notizia potrebbe sembrare un episodio marginale, quasi una curiosità nel panorama politico siciliano. 

Un’analisi più approfondita, tuttavia, rivela come questa iniziativa sia inserita in un contesto storico, culturale e politico di lunga durata, che richiede una riflessione articolata e critica. 

L’origine della proposta va ricondotta a un comitato denominato “Comitato dei 10”, costituito da cittadini e cittadine con esperienze nel campo del sicilianismo e, in alcuni casi, coinvolti nel Movimento dei Forconi. 

Questa componente rappresenta un segmento del più ampio spettro del sicilianismo, che nel corso della storia ha oscillato tra diverse declinazioni: dall’autonomismo moderato al nazionalismo più radicale, fino all’indipendentismo più deciso. 

Tuttavia, è fondamentale sottolineare che la richiesta di autodeterminazione, così come le spinte identitarie, non possono essere ridotte a un mero esercizio di volontà politica o a un interesse di pochi, spesso alimentato da nostalgie o da logiche di potere.

Come evidenziato da Antonio Canepa, filosofo e politico siciliano, bisogna pensare l’autodeterminazione come un processo di piena soddisfazione dei bisogni, delle aspirazioni e della vita dei siciliani, piuttosto che come un mero strumento di rivendicazione nazionale o di affermazione di un’identità celata, spesso usata per nascondere gli interessi di certa borghesia isolana e delle classi upperclass. 

In questa chiave, l’autodeterminazione può e deve essere interpretata come un’opportunità di cambiamento sociale, di reale alternativa e non come un semplice cambio di volti o di classi dirigenti. 

È un processo che deve rispondere ai bisogni concreti della popolazione siciliana, a una visione inclusiva e giusta della società, in cui nessuno sia sfruttato o oppresso, e in cui le aspirazioni di tutti possano trovare spazio e riconoscimento. 

La proposta di un referendum popolare rievoca, in una versione moderna, le iniziative di autodeterminazione che hanno caratterizzato il pensiero e le azioni di movimenti e figure storiche siciliane, spesso alimentate da un senso di esclusione, oppressione e sfruttamento economico. 

Da un punto di vista storiografico, è importante sottolineare come la Sicilia abbia attraversato molteplici fasi di ricerca identitaria e rivendicazioni di autonomia o indipendenza, dal Risorgimento fino al fascismo, passando per le rivendicazioni del secondo dopoguerra e le spinte più recenti. 

Il desiderio di autodeterminazione, del resto, è sempre stato un elemento centrale del discorso politico e culturale siciliano. 

Tuttavia, questa spinta deve essere accompagnata da una consapevolezza critica: non può essere interpretata come un interesse di pochi o come un atto simbolico, ma come un passo verso una reale emancipazione sociale ed economica.

Come affermava Antonio Canepa, questa emancipazione richiede di mettere al centro i bisogni, le aspirazioni e la vita dei siciliani, superando le logiche di sfruttamento e di divisione tra sfruttati e sfruttatori. 

La recente richiesta di un referendum pro indipendenza si inserisce, dunque, in questa tradizione, ma non possiamo dimenticare che giunge in un momento storico segnato da crisi di rappresentanza, decadenza economica e crisi identitarie. 

È qui che si manifesta il bisogno di ripensare l’indipendenza come un processo di trasformazione sociale, capace di offrire un’alternativa concreta alle logiche di sfruttamento e disuguaglianza, e non come un semplice esercizio di identità o interesse di pochi. 

È importante considerare altri aspetti di questa realtà complessa: la Sicilia, nel suo ruolo geostrategico e militare, è stata e continua ad essere un punto nodale nel contesto internazionale. 

La presenza di basi militari statunitensi e NATO, di strutture come il MUOS (Mobile User Objective System), testimonia come l’Isola sia stata scelta e continui ad essere utilizzata come un hub strategico per operazioni militari e di intelligence delle potenze occidentali. 

Questa posizione di rilievo ha comportato nel tempo l’installazione di infrastrutture militari di alto livello, che influenzano la sovranità effettiva dell’Isola e la sua economia, creando spesso un rapporto di dipendenza e controllo che va oltre le questioni politiche interne. 

In questo quadro, ogni discorso di autodeterminazione e indipendenza va esaminato anche alla luce di questa realtà geopolitica.

La presenza di basi e strutture come il MUOS, con la loro valenza strategica e militare, deve essere considerata quando si parla di autodeterminazione e sovranità. 

Più in generale, questa situazione evidenzia come la vera autonomia non possa essere raggiunta senza un profondo cambiamento delle strutture di potere e senza una riflessione critica sulle logiche militari e sulla dipendenza da potenze straniere. 

L’autonomia autentica, dunque, passa anche per una prospettiva di pace, smilitarizzazione e giustizia sociale. 

Solo attraverso un impegno deciso verso la riduzione delle presenze militari e la promozione di politiche di pace si può rafforzare una sovranità reale, libera dall’influenza di potenze esterne e dai vincoli di un militarismo oppressivo. 

A questa esigenza si collega anche l’obiettivo di lavorare per una società civile pacifica, inclusiva e impegnata nella costruzione di relazioni internazionali basate sulla cooperazione e non sulla guerra. 

La strada verso l’autodeterminazione richiede necessariamente un serio progetto di smilitarizzazione della Sicilia che coinvolga tutte le forze sociali, culturali e politiche dell’Isola, in modo diverso da quello imposto dall’alto che ci ha portato alla situazione attuale. 

In questo senso, si rende ancora più evidente quanto il problema di una proposta come quella del “Comitato dei 10” esprima, anche al di là delle intenzioni dei promotori, una sua debolezza intrinseca, non supportata da un movimento sociale e politico forte, coeso e riconosciuto. 

Un referendum pro indipendenza può essere uno strumento di espressione popolare, capace di rafforzare il senso di appartenenza e responsabilità collettiva, solo quando nasce da un percorso di mobilitazione condiviso. 

Se i promotori considerano il referendum come la “leva” di questa mobilitazione, si sbagliano: in realtà, è l’esatto contrario. 

Il referendum dovrebbe rappresentare il culmine di un processo partecipativo, un’espressione concreta di un movimento sociale radicato, che sostenga questo obiettivo con leadership riconosciute e una piattaforma di lotta condivisa. 

Senza questa base, il rischio è che il voto diventi un gesto simbolico e isolato, incapace di produrre cambiamenti reali, alimentando illusioni o disillusioni. 

Inoltre, l’assenza di una soggettività politica credibile e organizzata rende questa iniziativa vulnerabile a strumentalizzazioni e sfruttamenti da parte di settori interessati a mantenere lo status quo. 

La storia recente mostra come molte iniziative di questo tipo, prive di un movimento sociale solido, siano state sfruttate o siano fallite, lasciando solo delusione e sfiducia. 

In questo quadro, l’elemento fondamentale è la costruzione di un progetto di autodeterminazione radicato in una reale mobilitazione sociale e politica, che abbia al centro la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse e la dignità di ogni siciliano. 

Parallelamente, questa riflessione ci porta a ritenere che l’indipendenza e l’autodeterminazione devono essere accompagnate da un impegno deciso per la pace e la smilitarizzazione dell’Isola. 

Le infrastrutture strategiche come il MUOS e le alleanze internazionali di difesa sono elementi che, invece di rafforzare la sovranità, spesso la erodono e la rendono dipendente da interessi esterni. 

Per questo, ogni percorso di autodeterminazione dei siciliani deve essere accompagnato da una forte volontà di promuovere una società pacifica, inclusiva e libera da logiche militari e di guerra. 

Solo così si può tradurre la volontà popolare in una reale sovranità, capace di garantire un futuro di pace e libertà autentica. 

In conclusione, le proposte come quella avanzata dal “Comitato dei 10” devono essere interpretate più come un’opportunità per ripensare il senso e la prospettiva del progetto di autodeterminazione della Sicilia di oggi e di domani che come una prospettiva attualmente praticabile. 

L’autodeterminazione come processo richiede un impegno serio, democratico e partecipato, che parta dal basso. 

Solo così potremo rafforzare l’identità, la sovranità e il futuro dei siciliani e dell’Isola, in un orizzonte di pace, giustizia sociale e autogoverno autentico.

Fabio Cannizzaro


lunedì 21 maggio 2018

PERCHE’ I SOCIALISTI FEDERALISTI NON VOGLIONO PIU’ ESSER DEFINITI SICILIANISTI?




Nella ricorrenza del centoventicinquesimo anniversario dell’avvio dei lavori, a Palermo, nel 1893, del congresso dei Fasci siciliani dei lavoratori avverto forte la necessità di riflettere con linearità su quale possa e debba essere attualmente il ruolo delle spinte sicilianiste in una società come quella isolana. Società che già centoventicinque anni fa poneva, con forza ed attenzione, la centralità sociale della Questione Siciliana, come fece, appunto, il movimento, socialista e siciliano, dei fasci.
Da tempo i destini del socialismo federalista e quelli della “galassia” sicilianista si sono separati. Se dobbiamo e possiamo trovare una data simbolica per questa “divisione” credo dobbiamo risalire al 2012, quando l’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana – xQS lasciò quell’area politica e segnatamente il Frunti Nazziunali Sicilianu (FNS) allora ancora guidato da Pippo Scianò.
Il motivo fu dettato dallo spostamento dell’FNS su posizioni sempre più squisitamente nazionaliste che lasciavano nessun margine a chi si riconosceva, in quell’organizzazione, in una prospettiva socialista e di sinistra che era, poi, quella maturata alla fondazione del partito.
Per chi avesse la memoria corta questa fase, che taluni hanno volutamente, velocemente accantonato, vide la fuoriuscita da FNS, dalle sue articolazioni correlate di due dirigenti che avevano insistito per restituire proiezione di sinistra al partito, come, appunto, l’Arch. Leonardo D’Angelo e il prof. Fabio Cannizzaro, quest’ultimo anche vicesegretario di FNS.
Quando questi ultimi fecero esplodere la contraddizione pochi nell’area sicilianista avvertirono la necessità politica di testimoniare loro, alla loro organizzazione attenzione o vicinanza politica.
Fu subito chiaro che l’impianto meramente nazionale e nazionalista della Questione Siciliana messo in discussione e rifiutato da xQS era invece condiviso ed accettato dall’area sicilianista globalmente intesa. Area che si ritrovava e si ritrova ancora oggi intorno all’idea metafisica di Nazione Siciliana e che non seppe o volle cogliere, allora, l’occasione per superarla in chiave sociale se non socialista.
Riflettendo ad oltre un lustro di distanza credo molto sia dipeso anche da una diffusa propensione del sicilianismo nazionalisteggiante ad indugere a tentazioni governiste pseudo-autonomiste, allora pesanti e pressanti.
Consumata scientemente la rottura quelli di XQS non scelsero di creare l’ennesimo partitino sicilianista, prassi usuale ma si rimisero in discussione,  e scelsero, conseguenti alle premesse poste, di allargare la prospettiva della loro proposta aprendosi al confronto con altre realtà della sinistra.
Fu la stagione che vide mettere in campo l’idea nuova, originale, offerta con generosità, della creazione del Partito Socialista dei Siciliani (PSdS), prospettiva, poi, prematuramente fallita per il prevalere di certi piccoli personalismi.
Provati ma non piegati da questa esperienza gli uomini e le donne di xQS ripresero, in continuità con i loro valori, il proprio cammino socialista volto a portare a soluzione la Questione Siciliana.
Si creò un Coordinamento dei circoli socialisti, capitanato dall’attivismo del Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione”.
La loro azione, le loro elaborazioni si incontrarono con le sensibilità di altri circoli del socialismo territoriale italiano e dopo alcuni passaggi (Rete Socialista, Federazione per il Socialismo) si incontrarono con l’allora minoranza del PSI, in quella fase, guidata da Franco Bartolomei.
Tutto ciò portò alla nascita di Risorgimento Socialista, organizzazione dall’articolazione politica federalista, che ha permesso la nascita di Risorgimento Socialista della Sicilia. In questo articolato, difficile divenire mai i socialisti federalisti siciliani hanno dimenticato o sacrificato, in alcun modo, la loro aspirazione a portare a soluzione la Questione Siciliana.
Non è stato casuale, in questi sei anni, che i rapporti tra i socialisti di xQS e la cosiddetta area sicilianista si siano raffreddati sempre più.
Le loro letture della Questione Siciliana non solo divergono ma giungono, nei fatti, a conclusioni contrapposte. Se i socialisti federalisti di xQS e ora di Risorgimento Socialista della Sicilia guardano alla Questione Siciliana come questione sociale e come modo per dare una equa soluzione ad una serie strutturale di peculiari ineguaglianze sedimentate e di classe i sicilianisti, tout court, indipendentisti o autonomisti che si dichiarino, leggono la Questione Siciliana in chiave vincolantemente “nazionale”.
In questa prospettiva i diritti, veri o presunti, della Nazione Siciliana prevalgono e debbono prevalere su quelli reali dei siciliani e soprattutto delle classi popolari isolane.
Le distanze tra le due prospettive per l’autodeterminazione, poi, giorno per giorno, vanno allargandosi con l’incrementarsi delle ingiustizie economiche e sociali ed esse sembrano scontrarsi “l'una contro l’altra armate”, gridando ambedue in lingua siciliana, i loro slogan: i nazionalisti, ANTUDU! e i socialisti, AVAJA!

Salvatore De Grandi