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giovedì 3 luglio 2025

AUTODETERMINAZIONE? REFERENDUM PRO INDIPENDENZA? LA CONTRADDIZIONE CHE SFIDA I SICILIANI OGGI!

 



Il 15 maggio scorso, le testate giornalistiche e le agenzie di stampa, siciliane e non, hanno dato notizia di una richiesta di autorizzazione per la raccolta firme volta a indire un referendum di iniziativa popolare sulla indipendenza dell’Isola, protocollata presso l’Assemblea Regionale Siciliana. 

A prima vista, questa notizia potrebbe sembrare un episodio marginale, quasi una curiosità nel panorama politico siciliano. 

Un’analisi più approfondita, tuttavia, rivela come questa iniziativa sia inserita in un contesto storico, culturale e politico di lunga durata, che richiede una riflessione articolata e critica. 

L’origine della proposta va ricondotta a un comitato denominato “Comitato dei 10”, costituito da cittadini e cittadine con esperienze nel campo del sicilianismo e, in alcuni casi, coinvolti nel Movimento dei Forconi. 

Questa componente rappresenta un segmento del più ampio spettro del sicilianismo, che nel corso della storia ha oscillato tra diverse declinazioni: dall’autonomismo moderato al nazionalismo più radicale, fino all’indipendentismo più deciso. 

Tuttavia, è fondamentale sottolineare che la richiesta di autodeterminazione, così come le spinte identitarie, non possono essere ridotte a un mero esercizio di volontà politica o a un interesse di pochi, spesso alimentato da nostalgie o da logiche di potere.

Come evidenziato da Antonio Canepa, filosofo e politico siciliano, bisogna pensare l’autodeterminazione come un processo di piena soddisfazione dei bisogni, delle aspirazioni e della vita dei siciliani, piuttosto che come un mero strumento di rivendicazione nazionale o di affermazione di un’identità celata, spesso usata per nascondere gli interessi di certa borghesia isolana e delle classi upperclass. 

In questa chiave, l’autodeterminazione può e deve essere interpretata come un’opportunità di cambiamento sociale, di reale alternativa e non come un semplice cambio di volti o di classi dirigenti. 

È un processo che deve rispondere ai bisogni concreti della popolazione siciliana, a una visione inclusiva e giusta della società, in cui nessuno sia sfruttato o oppresso, e in cui le aspirazioni di tutti possano trovare spazio e riconoscimento. 

La proposta di un referendum popolare rievoca, in una versione moderna, le iniziative di autodeterminazione che hanno caratterizzato il pensiero e le azioni di movimenti e figure storiche siciliane, spesso alimentate da un senso di esclusione, oppressione e sfruttamento economico. 

Da un punto di vista storiografico, è importante sottolineare come la Sicilia abbia attraversato molteplici fasi di ricerca identitaria e rivendicazioni di autonomia o indipendenza, dal Risorgimento fino al fascismo, passando per le rivendicazioni del secondo dopoguerra e le spinte più recenti. 

Il desiderio di autodeterminazione, del resto, è sempre stato un elemento centrale del discorso politico e culturale siciliano. 

Tuttavia, questa spinta deve essere accompagnata da una consapevolezza critica: non può essere interpretata come un interesse di pochi o come un atto simbolico, ma come un passo verso una reale emancipazione sociale ed economica.

Come affermava Antonio Canepa, questa emancipazione richiede di mettere al centro i bisogni, le aspirazioni e la vita dei siciliani, superando le logiche di sfruttamento e di divisione tra sfruttati e sfruttatori. 

La recente richiesta di un referendum pro indipendenza si inserisce, dunque, in questa tradizione, ma non possiamo dimenticare che giunge in un momento storico segnato da crisi di rappresentanza, decadenza economica e crisi identitarie. 

È qui che si manifesta il bisogno di ripensare l’indipendenza come un processo di trasformazione sociale, capace di offrire un’alternativa concreta alle logiche di sfruttamento e disuguaglianza, e non come un semplice esercizio di identità o interesse di pochi. 

È importante considerare altri aspetti di questa realtà complessa: la Sicilia, nel suo ruolo geostrategico e militare, è stata e continua ad essere un punto nodale nel contesto internazionale. 

La presenza di basi militari statunitensi e NATO, di strutture come il MUOS (Mobile User Objective System), testimonia come l’Isola sia stata scelta e continui ad essere utilizzata come un hub strategico per operazioni militari e di intelligence delle potenze occidentali. 

Questa posizione di rilievo ha comportato nel tempo l’installazione di infrastrutture militari di alto livello, che influenzano la sovranità effettiva dell’Isola e la sua economia, creando spesso un rapporto di dipendenza e controllo che va oltre le questioni politiche interne. 

In questo quadro, ogni discorso di autodeterminazione e indipendenza va esaminato anche alla luce di questa realtà geopolitica.

La presenza di basi e strutture come il MUOS, con la loro valenza strategica e militare, deve essere considerata quando si parla di autodeterminazione e sovranità. 

Più in generale, questa situazione evidenzia come la vera autonomia non possa essere raggiunta senza un profondo cambiamento delle strutture di potere e senza una riflessione critica sulle logiche militari e sulla dipendenza da potenze straniere. 

L’autonomia autentica, dunque, passa anche per una prospettiva di pace, smilitarizzazione e giustizia sociale. 

Solo attraverso un impegno deciso verso la riduzione delle presenze militari e la promozione di politiche di pace si può rafforzare una sovranità reale, libera dall’influenza di potenze esterne e dai vincoli di un militarismo oppressivo. 

A questa esigenza si collega anche l’obiettivo di lavorare per una società civile pacifica, inclusiva e impegnata nella costruzione di relazioni internazionali basate sulla cooperazione e non sulla guerra. 

La strada verso l’autodeterminazione richiede necessariamente un serio progetto di smilitarizzazione della Sicilia che coinvolga tutte le forze sociali, culturali e politiche dell’Isola, in modo diverso da quello imposto dall’alto che ci ha portato alla situazione attuale. 

In questo senso, si rende ancora più evidente quanto il problema di una proposta come quella del “Comitato dei 10” esprima, anche al di là delle intenzioni dei promotori, una sua debolezza intrinseca, non supportata da un movimento sociale e politico forte, coeso e riconosciuto. 

Un referendum pro indipendenza può essere uno strumento di espressione popolare, capace di rafforzare il senso di appartenenza e responsabilità collettiva, solo quando nasce da un percorso di mobilitazione condiviso. 

Se i promotori considerano il referendum come la “leva” di questa mobilitazione, si sbagliano: in realtà, è l’esatto contrario. 

Il referendum dovrebbe rappresentare il culmine di un processo partecipativo, un’espressione concreta di un movimento sociale radicato, che sostenga questo obiettivo con leadership riconosciute e una piattaforma di lotta condivisa. 

Senza questa base, il rischio è che il voto diventi un gesto simbolico e isolato, incapace di produrre cambiamenti reali, alimentando illusioni o disillusioni. 

Inoltre, l’assenza di una soggettività politica credibile e organizzata rende questa iniziativa vulnerabile a strumentalizzazioni e sfruttamenti da parte di settori interessati a mantenere lo status quo. 

La storia recente mostra come molte iniziative di questo tipo, prive di un movimento sociale solido, siano state sfruttate o siano fallite, lasciando solo delusione e sfiducia. 

In questo quadro, l’elemento fondamentale è la costruzione di un progetto di autodeterminazione radicato in una reale mobilitazione sociale e politica, che abbia al centro la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse e la dignità di ogni siciliano. 

Parallelamente, questa riflessione ci porta a ritenere che l’indipendenza e l’autodeterminazione devono essere accompagnate da un impegno deciso per la pace e la smilitarizzazione dell’Isola. 

Le infrastrutture strategiche come il MUOS e le alleanze internazionali di difesa sono elementi che, invece di rafforzare la sovranità, spesso la erodono e la rendono dipendente da interessi esterni. 

Per questo, ogni percorso di autodeterminazione dei siciliani deve essere accompagnato da una forte volontà di promuovere una società pacifica, inclusiva e libera da logiche militari e di guerra. 

Solo così si può tradurre la volontà popolare in una reale sovranità, capace di garantire un futuro di pace e libertà autentica. 

In conclusione, le proposte come quella avanzata dal “Comitato dei 10” devono essere interpretate più come un’opportunità per ripensare il senso e la prospettiva del progetto di autodeterminazione della Sicilia di oggi e di domani che come una prospettiva attualmente praticabile. 

L’autodeterminazione come processo richiede un impegno serio, democratico e partecipato, che parta dal basso. 

Solo così potremo rafforzare l’identità, la sovranità e il futuro dei siciliani e dell’Isola, in un orizzonte di pace, giustizia sociale e autogoverno autentico.

Fabio Cannizzaro


giovedì 14 dicembre 2023

NOI, LA NOSTRA “MISURA” E GOETHE…

 

Una parte di una nota considerazione di Johan Wolfgang von Goethe sulla Sicilia, tratta dal suo Italianische Reise (Viaggio in Italia), torna ciclicamente, a 236 anni di distanza, ad essere condivisa sui social si tratta de:

«L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto».

Un affermazione che da più di due secoli pungola l’orgoglio di generazioni e generazioni di siciliani e siciliane e che però, a grande distanza da quel 1787, può e deve indurci alcune utili riflessioni.

Mi riferisco alla idea, all’intendere la Sicilia come “chiave” di tutto”.

La Sicilia, oggi, in concreto, è la chiave di cosa?

La Sicilia di allora e quella di adesso sono poco proficuamente comparabili, si tratta di due realtà sociali e politiche naturalmente diversissime.

Ciò che, invece, possiamo confrontare sono le percezioni che della Sicilia hanno i siciliani, oggi come nel 1787.

Due visioni tra loro differenti.

La prima e più antica secondo cui i siciliani si percepivano ed erano percepiti a livello internazionale come un popolo, una nazione silente ma riconosciuta e apprezzata.

Quella attuale, invece, in cui anche la stragrande maggioranza degli stessi siciliani fa fatica a possedersi, a riconoscersi storicamente, culturalmente e ancor più politicamente come popolo e poi come nazione. Stessa e forse maggiore difficoltà, a 162 anni dall’annessione all’Italia, se ci si interroga sulla percezione internazionale dei siciliani come popolo peculiare e diverso da quello italiano.

Mantiene quindi un qualche senso e valore l’affermazione goethiana?

Credo di sì a patto che si rinunci a vulgate gattopardesche ovvero richiami all’essere misura del tutto e di tutto e si ragioni, più e meglio, invece, sul farsi misura di se stessi partendo dalla propria Identità e dai proprio bisogni collettivi.

La riflessione sulla Sicilia, infatti, può e deve passare necessariamente dal nesso imprescindibile, anche se ancora da molti negato, tra siciliani e Sicilia e dal fatto che Noi dobbiamo essere, appunto, misura del nostro presente e, quindi, del nostro futuro.

Per farlo dobbiamo ragionare di noi come Collettività storica, come realtà socio-culturale sfuggendo tentazioni etniciste, differenzialiste e/o scioviniste.

Esprimersi da protagonisti, da soggetti sociali autonomi, attraverso una riflessione sui nessi della condivisione culturale e della partecipazione politica per l’Autogoverno sono elementi centrali che possono restituirci Soggettività politica non come espressione delle vecchie, immarcescibili élite ma come maggioranza delle masse popolari, ovvero di tutti coloro che in Sicilia vivono e operano e si riconoscono nel suo patrimonio linguistico e culturale.

La rilettura delle sensazioni provate da Goethe in quel lontano 1787 può concederci una chiave, una delle possibili chiavi, per recuperare senso virtuoso alla nostra Identità senza cadere, però, nella trappola di un  neo nazionalismo periferico ridondantemente romantico ma recuperando, semmai,  attraverso la nostra storia e i nostri bisogni le necessità e i sogni delle classi lavoratrici e popolari, cioè della maggioranza dei siciliani, che sanno e vogliono vivere l’Identità siciliana senza sacrificare la loro classe né al centralismo né allo sciovinismo riparazionista ambedue, per nulla casualmente, interclassiste a parole ma legati, in concreto, agli interessi delle superclassi parassitarie e parassitate che esprimono intermittentemente, a seconda dei momenti storici e politici, sia aspirazioni sicilianistiche sia prassi e atteggiamenti ascari.

È tempo di maggiore chiarezza e maturità, e Goethe può darci, forsanche suo malgrado, una mano.

Fabio Cannizzaro

 


martedì 20 giugno 2017

PER L’ALTERNATIVA, PER UNA SICILIA EQUA, PER UNA PROPOSTA SICILIANA A SINISTRA!



Come socialisti di sinistra e convinti federalisti avvertiamo la necessità di recuperare rappresentanza politica alla sinistra isolana. E’ tempo di esprimere  socialmente ed istituzionalmente una reale alternativa, di scelte e metodi, rispetto ai modelli vigenti di governo dell’Isola.
Il fallimento evidente, conclamato dell’attuale esperienza di governo regionale dimostra, di fatto, l’incapacità del PD siciliano, che di questa è stato sostenitore e paladino, a pensare e soprattutto realizzare modelli alternativi rispetto alle usuali logiche di potere. Noi vogliamo, invece, offrire alle siciliane, ai siciliani, una Alternativa nella società come anche nel Parlamento siciliano.
Nel fare questo, come socialista di sinistra, avverto la necessità di dire che questo processo deve passare anche per una comune, condivisa autocritica rispetto agli errori compiuti dalla sinistra siciliana tutta.
Voltare pagina, superare divisioni, dissidi e non per un generico amore di bottega ma perché dobbiamo avere coscienza che la sinistra, in toto, va ripensata, riarticolata.
Le vecchie nostre divisioni, lecite, lasciano il tempo che trovano se rapportate ai reali, processi politici, economici e sociali che rischiano di schiacciare e umiliare i lavoratori, la gente che noi ambiamo a rappresentare.
Dobbiamo restituirci e restituire all’iniziativa di sinistra un solido collegamento con la realtà, con i bisogni del nostro elettorato tradizionale.
 Tutto ciò in Sicilia significa avere un progetto per l’Isola e ben comprendere quali possono essere le “leve” per realizzarlo.
In tal chiave ritengo che lo strumento possa essere, in continuità con la migliore tradizione della nostra gauche, il rilancio dello strumento autonomistico non come strumento di privilegio ma come occasione di sviluppo sociale e di soddisfacimento dei bisogni e diritti di tutti i siciliani.
 In tal chiave la nostra iniziativa deve esser volta non solo o non tanto a difendere, tout court, lo strumento statutario ma attraverso esso a risolvere, l’annosa , inaffrontata Questione Siciliana.
Dobbiamo avere la capacità politica e la dirittura etica di affrontare organicamente le ragioni profonde, variegate del non sviluppo dell’Isola.
E’ troppo facile attribuire il malo sviluppo solo alla mafia, ad un generico squilibrio interno o peggio a una sorta di antropologica incapacità dei siciliani a gestirsi. Non è così!
Le cause sono antiche, strutturali e strutturate ed essendo legate al peculiare divenire della nostra realtà richiedono soluzioni vocate che non ci separino o escludano dalla realtà del nostro tempo ma che finalmente incidano sul nostro GAP sociale.
Detto ciò è evidente che noi guardiamo ad una Sicilia altra, alternativa, antimafiosa, solidale, centro del Mediterraneo e centrale per un processo di pacificazione dell’intera area.
Noi guardiamo ad una Sicilia dove il lavoro e la tutela dei diritti dei lavoratori siano al centro dell’iniziativa politica.
Noi pensiamo ad una Isola sempre meno isolata che sappia però fare tesoro delle sue energie e tradizioni. Ecco per cosa io come coordinatore regionale di Risorgimento Socialista sono impegnato, ecco perché noi siamo impegnati a favorire, senza risparmiarci, un’alleanza unitaria a sinistra  sociale prima elettorale poi, che porti l’Alternativa, nei modi sopraindicati, al governo della Sicilia.

Se così non fosse se prevalessero i rachitismi, le gelosie, gli abitudinarismi allora ci condanneremmo tutti all’inessenzialità sociale e politica e regaleremmo il futuro della Sicilia alle vecchie e  nuove destre (vedi PD), al consociativismo, al governo di quel blocco immarcescibile di potere che vuole riproporsi nuovamente al “di-governo “ della nostra Isola. Possiamo permetterlo?


Fabio Cannizzaro 

mercoledì 17 agosto 2016

PERCHÉ, DA SOCIALISTI E SICILIANI, DIRE “NO” E VOTARE”NO” AL REFERENDUM SULLA “RIFORMA” COSTITUZIONALE



L’impegno per il NO alla “riforma”costituzionale che stiamo profondendo come Risorgimento Socialista della Sicilia ha ragioni d’ordine generale, condivise dalla Valle d’Aosta al Molise, ma non vuole e non può sottacere ragioni d’ordine peculiare, proprie della realtà, del vissuto della nostra Sicilia.
Si parla poco, troppo poco degli effetti che la vittoria del Sì potrebbe produrre sull’assetto politico ed istituzionale della Sicilia e quindi sui diritti dei Siciliani, di tutti i Siciliani.
Se dovesse vincere il Sì, infatti,  si passerebbe ad una concreta abrogazione d’ogni guarentigia e prerogativa statutaria. Gli effetti non sarebbero  solo politici o limitati come vorrebbero farci credere alla “casta” ed ai suoi “clientes”,anzi i contraccolpi sociali sarebbero avvertiti soprattutto dai cittadini.
Schierarsi per il NO in Sicilia significa anche lottare contro la disarticolazione dei propri diritti politici, economici e sociali.
Di fronte ad una volontà neocentralizzatrice e concretamente, dichiaratamente  antimeridionale dell’attuale Governo romano i Siciliani potrebbero e dovrebbero attendersi l’intervento del Governo regionale, dell’Assemblea Regionale Siciliana, della gran parte della classe politica isolana. Nulla di tutto ciò,anzi!
A ben vedere il Governo regionale, la sua maggioranza parlamentare e politica hanno ceduto su tutta la linea ed abbandonato ogni soverchio ritegno.
È di queste ultime settimane l’accordo  siglato dal Governo di Palermo con quello di Roma  con cui l’Esecutivo regionale rinuncia a 7 miliardi l’anno in cambio di soli 500 milioni senza altra reale contropartita. Siamo davvero dinnanzi alla concretizzazione della parabola gramsciana del castoro.
Questa decisione è di fatto una occulta rinuncia alle prerogative statutarie che però non possono essere abrogate sebbene obliate in quanto saggiamente sono state costituzionalizzate, ecco dunque che solo dopo aver disarticolato la Costituzione si potrà eliminare anche l’odiata Autonomia Siciliana con la sua esatta, quanto inapplicata, scansione dei diritti dei Siciliani.
Anche e soprattutto per questi motivi le donne, gli uomini di Sicilia e segnatamente coloro che non appartengono alla casta, i lavoratori, i cittadini onesti ed antimafiosi devono dire NO alla cosiddetta “riforma” costituzionale del Governo che vorrebbe ricentralizzare il Paese, sottrarre spazio di concreta autodeterminazione alle popolazioni per ricondurre spese e scelte politiche al Centro romano.

Per questo motivo dobbiamo dire NO e votare NO alle “riforme” costituzionali, quando ce ne daranno modo ed occasione.




Fabio Cannizzaro

venerdì 19 settembre 2014

YES SCOTLAND: THE DAY AFTER….



Affrontare le persistenti quanto evidenti Questioni Nazionali presenti in Europa è una necessità politica per tutti coloro che comunque si richiamano ai valori e/o agli ideali del socialismo e peculiarmente alla tradizione politica del socialismo autonomo e democratico.
Il referendum scozzese ha avuto, comunque la si pensi, l’evidente merito di aver riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e soprattutto europea i temi dell’esistenza delle Nazioni senza Stato e delle diverse minoranze allogene presenti nel Vecchio continente.
Del resto il problema politico sollevato dagli scozzesi non è tema nuovo, anche a sinistra. In passato il socialismo internazionale ed europeo si è interessato alla relazione tra Questioni Nazionali e Questione Sociale. Ricordiamo le prese di posizione proprie di compagni come  Max e Viktor Adler, Otto Bauer e Karl Renner, oggi conosciuti in ambito socialista come  AUSTROMARXISTI e fautori di un  principio di autonomia nazionale e culturale teorizzato dal compagno  austriaco Otto Bauer nel 1907 nel suo noto: “La questione delle nazionalità e la socialdemocrazia”.
Vi risparmierò qui e ora tutto il divenire del dibattito che poco più di un secolo fa si sviluppo a seguito delle analisi e riflessioni di questo gruppo di compagni e studiosi austriaci o ancora quanto nel merito contino, in campo comunista, le riflessioni del marxista sionista Ber Boronchov.
Ciò che oggi qui mi preme sottolineare è che il voto scozzese ha avuto il pregio, nel nostro tempo, di sdoganare, dal dato meramente identitario e nazionalistico, la riflessione sull’Autogoverno e l’Autodeterminazione dei Popoli e delle Genti soprattutto in Europa ed in Occidente.
E’ la prima volta che un siffatto dibattito assume queste dimensioni da quando abbiamo inaugurato il nuovo secolo.
Io , con me i compagni di xQS, cioè dell’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana , in occasione del referendum di ieri 18 settembre 2014, coerenti con noi stessi, con le nostre idee e i valori socialisti che professiamo, abbiamo sostenuto, intellettualmente, non essendo elettori scozzesi, le ragioni di chi, da sinistra, ha scelto il SI’, lo YES.
Non ci siamo schierati calcisticamente, ma abbiamo sviluppato, senza prosopopea e senza ampollosi autocompiacimenti, una riflessione sul senso di un referendum che è e resterà un’eccezione, un unicum, storico-istituzionale e politico, per l’Europa di questo nostro XXI secolo.
E’, infatti, a tutti chiaro, come più d’un notista ha sottolineato, in questi giorni, che il “plebiscito” scozzese è stato possibile solo perché essendo il Regno Unito uno Stato di Common Law, in esso non esiste una Costituzione scritta. 
Chiarito ciò ed a urne chiuse, avverto la necessità di dire con eguale pacatezza  che non mi sono pentito, non ci siamo pentiti, da socialisti e democratici e siciliani, di avere sostenuto le ragioni del SI’, dello YES.
Non ripeterò qui e ora le ragioni d’ordine storico–politico e culturale-istituzionale che danno senso e spessore all’esigenza di Autogoverno degli scozzesi, quanto vorrei porre l’attenzione su come è stata posta l’intera questione referendaria in termini organizzativi e politici.
Se esce sconfitta, oggi e qui, l’immediatezza della proclamazione di una indipendenza statuale tout court è altresì vero che vi è un indubbio vincitore politico che, anche oltre la sconfitta numerica, è e resta lo Scottish National Party e il suo Leader, Alex Salmond.
Salmond, un leader sempre più carismatico e capace, ha mostrato come sia possibile assumere e mantenere una leadership politica all’interno di un movimento politico nazionale, guidandolo con piglio autorevole e con sicura condivisione dei metodi e delle regole democratiche.
Rispetto che lo ha spinto, oggi, dopo la proclamazione del risultato, a rimettere  il suo mandato da Primo Ministro di Scozia e da leader del suo amato SNP. Auspico che lo Scottish National Party respinga le dimissioni  di questo leader, che ha saputo escludere dall’agenda politica tendenze egoiste,etniciste e/o differenzialiste.
Nei giorni che hanno preceduto il voto scozzese ho avuto modo di confrontarmi con tanti compagni, favorevoli e più spesso contrari al distacco da Londra  e a tutti costoro ho ripetuto il medesimo ragionamento: “Guardate che lo S.N.P. (Scottish National Party) è una organizzazione politica matura, di stampo socialdemocratico, che deve essere inserita, a mio avviso, a pieno titolo, tra le forze della sinistra scozzese.
Un riconoscimento, politico e politologico, dovuto per  un’organizzazione politica che secondo i correnti parametri è  sicuramente più a sinistra di quanto lo sia o si dichiari, in Italia, il Pd.
Da oggi, 19 settembre 2014 inizia, in Scozia, e di converso, in Europa, una nuova stagione della lotta delle Nazioni senza Stato e delle minoranze allogene, che come gli scozzesi vorranno e sapranno, emarginare i propri egoismi e parlare di questioni sociali ,economiche e culturali contingenti e coinvolgenti.
Concludo questo mio intervento, dicendo che se dovessi chiosare quanto accaduto durante la consultazione diretta di ieri, potrei dire che hanno certo perso i SI’ , ma non hanno certamente vinto i NO.
E’ più realistico scrivere, dire che havinto la democrazia praticata che ha posto al centro dell’Agenda politica il tema trasversale dell’Autogoverno.
Toccherà agli scozzesi ora dare senso e prospettiva al loro futuro, cosa più facile se manterranno un partito coeso come lo SNP e in questo un leader, di forza e carattere, come Salmond.
Per il resto d’Europa, è bene dirlo,  le cose non saranno più facili, di per sé,  dopo il voto scozzese, anche se con l’esempio offerto dal referendum si avrà una maggiore attenzione per le questioni Nazionali non etnicistiche.
Un'altra scadenza di valore politico, a breve termine, sarà la consultazione, questa senza valore istituzionale, del nove novembre in Catalogna, dove però la situazione del movimento favorevole all’autogoverno è storicamente ed organizzativamente diversa, complessa e frastagliata.
Noi tutti come esponenti socialisti europei abbiamo il dovere di non abbandonare le Questioni Nazionali nelle mani delle destre, dei populisti e dei settori etnicistici e xenofobi.
Saremo all’altezza?


Fabio Cannizzaro

giovedì 26 giugno 2014

IL NOSTRO IMPEGNO...


Questo nostro blog vuole offrire ai compagni, alle compagne l’occasione di riflettere dialetticamente analizzando la realtà siciliana nell’ottica propria della tradizione e della prassi del socialismo umanitario e democratico che deriva dalla tradizione dei Fasci Siciliani dei Lavoratori.
Punto focale di questa nostra analisi è la consapevolezza che esiste, irrisolta in Sicilia una specifica, peculiare QUESTIONE SICILIANA che non è assimilabile né risolvibile , nella generale QUESTIONE MERIDIONALE e che può e deve essere affrontata in una schietta ottica socialista e federalista scevra da tentazioni è centraliste e nazionalistiche.

Peculiarità che, ovviamente, non deve sottrarci, dal partecipare, attivamente, all’azione politica volta a rilanciare, concretamente, l’impegno socialista per la Sicilia , per la Penisola e per l’Europa di questo nostro ventunesimo secolo, secondo i principi del migliore internazionalismo socialista.