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martedì 24 agosto 2021

PER UNA SINISTRA SICILIANA AUTOCENTRATA E D’ALTERNATIVA

 


Una sincera attenzione per il presente ed il futuro della Sicilia è una precisa responsabilità politica per una sinistra che vuole rappresentare il cambiamento, l’alternativa di e al sistema vigente tanto consociativo quanto neo coloniale e liberista.

È nostro dovere, da donne e uomini di sinistra, dare risposte ai legittimi bisogni delle classi lavoratrici e popolari siciliane.

Il nostro non può e non deve essere però un impegno meramente elettorale o peggio elettoralistico quanto semmai concretamente sociale e politico.

Deve essere a tutti e tutte chiaro, infatti, che i prossimi mesi ed anni segneranno indelebilmente quale sarà verosimilmente il futuro dei siciliani per i prossimi venti, trent’anni.

Sinceramente da uomo di sinistra siciliano sono poco interessato al futuro metafisico della Sicilia, inteso prevalentemente in chiave d'entità metafisica e/o meramente nazionale.

Mi interessa e preme di più invece il futuro materiale, concreto di tutti coloro che in Sicilia vivono e operano e tutto ciò prescindendo da purismi etnici e/o di nascita.

È  questo un approccio sicilianistico?

Sinceramente le etichette mi interessano poco, ritengo semmai  che da uomini e donne di sinistra si debba operare, senza tatticismi o infingimenti, per portare finalmente a soluzione l’annosa, concreta Questione siciliana.

Se non saremo in grado come sinistra di superare vecchi pregiudizi, se non guarderemo all’essenza più profonda e di classe dei bisogni della maggior parte dei siciliani allora saremo condannati, giustamente quanto inevitabilmente, alla inessenzialità politica e sociale.

Vogliamo questo?

Non è più il tempo per soluzioni mediative, pasticciate e politicistiche prese nei in conciliaboli che fanno riferimento ad equilibri romani tanto instabili quanto virtuali.

Dobbiamo riassumere il nostro ruolo sociale e di lotta.

Occorre farlo superando vecchie categorie politico-organizzative e ribadendo in modo autocentrato che può oggi esistere solo un tipo di sinistra ovvero quella in grado di incidere e di sostenere i bisogni e le aspirazioni dei deboli e dei lavoratori siciliani.

Idee antiche volte ad accreditare differenze o differenziazioni tra “riformisti” e “massimalisti”, tra “socialisti” e “comunisti” rappresentano, al netto, solo una narrazione oggi più che mai autoreferenziale quanto inesatta.

Occorre inoltre, in Sicilia come del resto altrove, rigettare, come inessenziale, la pseudo categoria del cosiddetto “centrosinistra”.

Prospettiva tanto fittizia quanto usurata e che non esprime più alcun reale contenuto di senso politico.

Chi può e deve oggi, in Sicilia, assumersi l’onere di formulare una proposta politica di sinistra e d’alternativa?

È evidente che essendo screditati i partiti e movimenti che sostengono posizioni anti autonomiste e vocate a ripetere ad infinitum errori consociativi, centralisti e di pseudo centrosinistra serve adesso una prospettiva d’insieme, una capacità attiva di presenza e proiezione politica non indifferente che può e deve coinvolgere tutti coloro che credono in una proposta siciliana autocentrata di sinistra d’Alternativa. 

Questo sforzo però non può e deve risolversi solo in una pur necessaria, utile riperimetrazione della sinistra odierna occorre andare oltre ed aprire il campo dell’Alternativa, che prevede la soluzione della Questione siciliana, a tutti quei settori dell’area cosiddetta siciliana che guardando anch’essi a sinistra siano  tendenzialmente federalisti, autonomisti e/o legati ai settori del nazionalismo isolano progressista e/o di classe.

Questa scelta non può e non deve scandalizzare nessuno dato che in concreto rappresenta semmai un riallineamento a una tradizione propria del movimento operaio e socialista isolano e mai sopita o scomparsa.

Avremo tutti noi la forza di compiere questo “réalignement”? 

È questa oggi la scommessa vitale che coinvolge la sinistra siciliana che su questo scommette la sua esistenza e quindi la sua essenzialità sociale e politica.

 

Fabio Cannizzaro


lunedì 26 luglio 2021

AUTONOMIA, ALTERNATIVA E SINISTRA PER IL FUTURO DELLA SICILIA

 



La crisi dell'Autonomia siciliana può essere affrontata da sinistra?

Possiamo anzi dobbiamo chiederci da uomini e donne di sinistra impegnati in Sicilia a costruire, senza infingimenti, un'Alternativa politica e di sistema perché e in virtù di quali logiche ed interessi il sistema delle garanzie autonomistiche è stato prima piegato dai governi regionali, dalle loro maggioranze politiche che si sono via via succedute a interessi di classe, parte e conventicole varie salvo poi scaricare su questo strumento tante, specifiche e peculiari responsabilità che erano frutto di riscontrabili scelte sia personali sia politiche.

Occorre muovere da sinistra per giungere in chiave di classe al superamento di questo teorema centralista, figlio di certe interessate declinazioni politiche, secondo le quali l'Autonomia politica e lo Statuto che ne è lo strumento d'attuazione sarebbero solo e di per sé strumenti di potere delle classi dominanti.

È stato in passato e resta ancor oggi questo un enorme errore di valutazione politica della sinistra siciliana.

Un abbaglio questo tanto evidente quanto pacchiano che ha finito per sostanzialmente sin qui “regalare” la battaglia autonomistica e per l'autodeterminazione delle masse lavoratrici e popolari siciliane ai settori trasformisti e/o di destra.

Occorre, invece, finalmente superare questo errore.

Serve riconoscere, ponendosi in chiara alternativa sia alle forze di uno pseudo progressismo di potere sia a quelle centriste e destrorse, che l'Autonomia siciliana può e deve divenire, se ben utilizzata, prima lo strumento politico per un'alleanza tra lavoratori, contadini, intellettuali e ciò che resta dei ceti medi impoveriti dell'Isola e poi il mezzo per la crescita ed elevazione della nostra società.

Dobbiamo essere in grado di sottrarre all'ampio blocco neoliberista che al suo interno annovera, lo ripeto, pseudo progressisti, qualunquisti e destre varie la battaglia autonomistica tornando a caricarla di senso e prospettiva di lotta per poter giungere a portare a soluzione la Questione Siciliana intesa come grumo stratificato di bisogni ed interessi popolari che dal basso esprimono i bisogni della parte onesta e produttiva di coloro che in Sicilia vivono ed operano.

E' nostro compito farlo e senza più titubanze


Avaja!


lunedì 21 maggio 2018

PERCHE’ I SOCIALISTI FEDERALISTI NON VOGLIONO PIU’ ESSER DEFINITI SICILIANISTI?




Nella ricorrenza del centoventicinquesimo anniversario dell’avvio dei lavori, a Palermo, nel 1893, del congresso dei Fasci siciliani dei lavoratori avverto forte la necessità di riflettere con linearità su quale possa e debba essere attualmente il ruolo delle spinte sicilianiste in una società come quella isolana. Società che già centoventicinque anni fa poneva, con forza ed attenzione, la centralità sociale della Questione Siciliana, come fece, appunto, il movimento, socialista e siciliano, dei fasci.
Da tempo i destini del socialismo federalista e quelli della “galassia” sicilianista si sono separati. Se dobbiamo e possiamo trovare una data simbolica per questa “divisione” credo dobbiamo risalire al 2012, quando l’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana – xQS lasciò quell’area politica e segnatamente il Frunti Nazziunali Sicilianu (FNS) allora ancora guidato da Pippo Scianò.
Il motivo fu dettato dallo spostamento dell’FNS su posizioni sempre più squisitamente nazionaliste che lasciavano nessun margine a chi si riconosceva, in quell’organizzazione, in una prospettiva socialista e di sinistra che era, poi, quella maturata alla fondazione del partito.
Per chi avesse la memoria corta questa fase, che taluni hanno volutamente, velocemente accantonato, vide la fuoriuscita da FNS, dalle sue articolazioni correlate di due dirigenti che avevano insistito per restituire proiezione di sinistra al partito, come, appunto, l’Arch. Leonardo D’Angelo e il prof. Fabio Cannizzaro, quest’ultimo anche vicesegretario di FNS.
Quando questi ultimi fecero esplodere la contraddizione pochi nell’area sicilianista avvertirono la necessità politica di testimoniare loro, alla loro organizzazione attenzione o vicinanza politica.
Fu subito chiaro che l’impianto meramente nazionale e nazionalista della Questione Siciliana messo in discussione e rifiutato da xQS era invece condiviso ed accettato dall’area sicilianista globalmente intesa. Area che si ritrovava e si ritrova ancora oggi intorno all’idea metafisica di Nazione Siciliana e che non seppe o volle cogliere, allora, l’occasione per superarla in chiave sociale se non socialista.
Riflettendo ad oltre un lustro di distanza credo molto sia dipeso anche da una diffusa propensione del sicilianismo nazionalisteggiante ad indugere a tentazioni governiste pseudo-autonomiste, allora pesanti e pressanti.
Consumata scientemente la rottura quelli di XQS non scelsero di creare l’ennesimo partitino sicilianista, prassi usuale ma si rimisero in discussione,  e scelsero, conseguenti alle premesse poste, di allargare la prospettiva della loro proposta aprendosi al confronto con altre realtà della sinistra.
Fu la stagione che vide mettere in campo l’idea nuova, originale, offerta con generosità, della creazione del Partito Socialista dei Siciliani (PSdS), prospettiva, poi, prematuramente fallita per il prevalere di certi piccoli personalismi.
Provati ma non piegati da questa esperienza gli uomini e le donne di xQS ripresero, in continuità con i loro valori, il proprio cammino socialista volto a portare a soluzione la Questione Siciliana.
Si creò un Coordinamento dei circoli socialisti, capitanato dall’attivismo del Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione”.
La loro azione, le loro elaborazioni si incontrarono con le sensibilità di altri circoli del socialismo territoriale italiano e dopo alcuni passaggi (Rete Socialista, Federazione per il Socialismo) si incontrarono con l’allora minoranza del PSI, in quella fase, guidata da Franco Bartolomei.
Tutto ciò portò alla nascita di Risorgimento Socialista, organizzazione dall’articolazione politica federalista, che ha permesso la nascita di Risorgimento Socialista della Sicilia. In questo articolato, difficile divenire mai i socialisti federalisti siciliani hanno dimenticato o sacrificato, in alcun modo, la loro aspirazione a portare a soluzione la Questione Siciliana.
Non è stato casuale, in questi sei anni, che i rapporti tra i socialisti di xQS e la cosiddetta area sicilianista si siano raffreddati sempre più.
Le loro letture della Questione Siciliana non solo divergono ma giungono, nei fatti, a conclusioni contrapposte. Se i socialisti federalisti di xQS e ora di Risorgimento Socialista della Sicilia guardano alla Questione Siciliana come questione sociale e come modo per dare una equa soluzione ad una serie strutturale di peculiari ineguaglianze sedimentate e di classe i sicilianisti, tout court, indipendentisti o autonomisti che si dichiarino, leggono la Questione Siciliana in chiave vincolantemente “nazionale”.
In questa prospettiva i diritti, veri o presunti, della Nazione Siciliana prevalgono e debbono prevalere su quelli reali dei siciliani e soprattutto delle classi popolari isolane.
Le distanze tra le due prospettive per l’autodeterminazione, poi, giorno per giorno, vanno allargandosi con l’incrementarsi delle ingiustizie economiche e sociali ed esse sembrano scontrarsi “l'una contro l’altra armate”, gridando ambedue in lingua siciliana, i loro slogan: i nazionalisti, ANTUDU! e i socialisti, AVAJA!

Salvatore De Grandi

mercoledì 19 luglio 2017

UNITI PER L’ ALTERNATIVA SICILIANA A SINISTRA!




Chiaccherata con Fabio Cannizzaro, coordinatore regionale di Risorgimento Socialista

 ***

Quella che viviamo a sinistra in Sicilia è una fase delicata quanto stimolante.
La sinistra, forse per la prima volta, prova a muovere dalla realtà territoriale, senza il prevalere di ragionamenti rapportabili a equilibri lontani.
La sinistra isolana, o meglio buona parte di essa, è impegnata realmente a tentare di fare sintesi.
L’occasione concreta è offerta dal prossimo rinnovo del Parlamento Siciliano e dalla contestuale elezione del Presidente della Regione.
Il processo d’avvicinamento che vede insieme movimenti, il partito della Rifondazione comunista, il Partito Comunista Italiano, Risorgimento Socialista ,l’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana, settori della sinistra sindacale è una esperienza di rinnovamento nell’azione che potrebbe avviare davvero una nuova stagione a sinistra invertendo un trend logoro muovendo stavolta dai Territori siciliani e non da esigenze irradiate da un centro elaborativo e/o geografico.
La proposta che essi stessi sin qui hanno sintetizzato definendola Alternativa Siciliana di Sinistra dispiace, però,  a molti, a partire dal Pd, per poi arrivare a quelle realtà che hanno rifiutato l’unità a sinistra sino a certo mondo neo-sovranista e al sicilianismo classico.
Sull’argomento abbiamo voluto sentire il nostro caro compagno Fabio Cannizzaro,49 anni, docente di Lettere, coordinatore regionale di Risorgimento Socialista ed espressione coerente della tradizione socialista federalista siciliana.

D - Fabio, quella che sostenete sembra un’alleanza abbastanza irrituale per voi socialisti?

R – Solo apparentemente. Del resto avrebbe ben poco senso guardare alla realtà siciliana d’oggi con le categorie politiche del passato. Oggi che in Sicilia cresce la povertà mista alla sfiducia nella politica, verso certa “politica politicata” è chiaro per noi socialisti di sinistra siciliani collaborare a definire le condizioni possibili di un’Alternativa all’esistente che venga sviluppata da sinistra. Ecco il perché del nostro posizionamento.

D - Taluni sostengono che non raggiungerete il quorum che la vostra sarebbe una mera battaglia di testimonianza, cosa rispondi a costoro?

R – E’ un vecchio leit motiv, quello ovvero di “etichettare” forze d’alternativa come la nostra come testimoniali, residuali e/o radicali. Sin dall’inizio ci attendevamo “analisi” di questo tipo, ciò che semmai mi fa riflettere che alcune di queste “critiche” vengono da settori della stessa sinistra. Imputo ciò ad una logica di competitività che costoro avrebbero dovuto e potuto superare. Prendo atto che così non è stato.  
Ciò significa, in concreto, che oggi, in Sicilia, esistono due idee, due prospettive che si richiamano alla sinistra. Una la nostra  d’Alternativa e un’altra più presa dal gioco degli equilibri, dei tatticismi siciliani e no. Tocca alle donne, agli uomini di sinistra di Sicilia decidere quale progetto di sinistra vogliono sostenere e vedere rappresentato al Parlamento siciliano dal 6 novembre prossimo.

D – E’ notorio il tuo impegno federalista come lo coniughi con quello dell’Alternativa Siciliana di Sinistra?

Niente di più facile e naturale, anzitutto il programma sociale ed elettorale della Alternativa Siciliana di Sinistra è un programma che stiamo elaborando in modo realmente aperto e plurale e dentro questa “cornice” ha trovato, da subito,  attenzione e rispetto l’idea di una Alternativa che partisse dai Territori, dalla realtà siciliana, ciò ha permesso, in assoluta discontinuità , che la sinistra tornasse a parlare della centralità dell’Autonomia siciliana in chiave di strumento per l’emancipazione di tutti i siciliani e non solo di ristrette èlite politico-burocratiche. In tale chiave fondamentale è la nostra proposta di portare a soluzione la Questione Siciliana, che sai è sempre stato il cavallo di battaglia della lotta di noi socialisti federalisti.



D – Ponete quindi un rapporto diretto tra Autonomia e Questione Siciliana?

R- E’ ovvio che sia così e lo facciamo da sinistra. Noi riteniamo l’Autonomia, e in particolare quella economico-finanziaria, lo strumento cardine per un cambiamento popolare in Sicilia, per la Sicilia, tuttavia l’autonomismo in sé non basterebbe a determinare questa trasformazione serve che lo strumento si metta al servizio di un processo ampio, coordinato che miri a portare a soluzione l’insieme di questioni sociali, economiche, politiche ed istituzionali che noi chiamiamo Questione Siciliana. Ecco qual è il rapporto.

D – Questa vostra prospettiva è avvicinabile a quelle parallele dei neo-sovranisti e dei sicilianisti – indipendentisti ?

R – Direi che l’equivoco non è possibile, a meno che non si usino le generalizzazioni come armi politiche per ingenerare confusione nell’opinione pubblica. Mi spiego meglio. Rispetto ai neo-sovranisti le nostre analisi sono diverse e diverse, senza ombra di dubbio, sono le premesse e quindi le soluzioni e i modi per ottenerle. Quanto al mondo sicilianista la loro analisi, di fatto, privilegia, di fatto, quasi esclusivamente il dato “nazionale” e pone  l'indipendenza come tesi di scuola e rinvia ogni riflessione sul dato sociale ad un domani futuro e affida ogni ipotesi di sviluppo per l’Isola alle virtù palingenetiche di una Zona Economica Speciale (Z.E.S.) che, oggi diversamente dal periodo che andava dagli anni ’60 ai ’90 del secolo scorso, finirebbe solo per favorire e arricchire il grande capitale finanziario, con la sua evidente portata neoliberista,  sbilanciando irreversibilmente una già traballante economia siciliana. 
Ecco i motivi per cui noi siamo alternativi sia alle solite proposte di destre, centristi e Pd ma anche alle cosiddette “alternanze”. Serve invece, cambiare scenario, serve l’Alternativa autocentrata e popolare che noi andiamo a rappresentare.

D – A tuo giudizio qual è oggi l’emergenza più importante da affrontare in Sicilia e se vincerete cosa farete per risolverla?

R – Ovviamente è il lavoro la vera assoluta emergenza. In questa prospettiva se dovessimo vincere le elezioni opereremmo per fare intervenire virtuosamente la Regione come centro di programmazione economica per il tessuto produttivo dell’Isola. Porremmo questioni come quelle della riconversione ecologica dell’economia e delle produzioni isolane, favoriremmo, senza tentennamenti, la produzione agricola , contrastando però, più e meglio, le infiltrazioni mafiose, favoriremmo l’impiego di uomini e risorse nel settore del riciclaggio virtuoso dei rifiuti. Sono, ovviamente, solo alcuni esempi. Tuttavia per ottenere tutto ciò occorre mantenere alta l’attenzione sul fenomeno mafioso tutt’altro che sconfitto e che minaccia il futuro economico ed etico di tutti i siciliani onesti.

D-  Mi sembra naturale chiederti: cosa ne pensi dei Cinquestelle?

R – Non provo ne ho mai provato acredine per loro ma neppure penso che  possano rappresentare un concreto, duraturo cambiamento. Detto ciò credo sia giusto giudicarli per le scelte fatte,  che sino a questo momento non sono state, nella mia ottica, particolarmente interessanti.
Tuttavia rappresentano, in Sicilia,  anch’essi, a modo loro, una voglia di cambiamento forte.

D – In conclusione perché i socialisti siciliani dovrebbero scegliere di votarvi all’interno di questa alleanza e non orientarsi verso il PSI o altri succedanei simili?

R – Semplice, perché noi in coerenza, senza ripudiare nulla rappresentiamo la coerenza degli ideali socialisti, che non si alleano con i centristi, con le destre come è recentemente successo
Noi siamo socialisti, orgogliosi d’esserlo, in una coalizione in cui siamo riconosciuti e stimati proprio per questo. Ecco perché i compagni e le compagne socialiste in Sicilia dovrebbero votare per i nostri candidati dell’Alternativa Siciliana di Sinistra.



Franco Nizza

giovedì 29 giugno 2017

SIAMO SOCIALISTI SICILIANI E PER QUESTO LOTTIAMO!


A SINISTRA,PER I SICILIANI, PER I LORO DIRITTI, SENZA REMORE, E SENZA TATTICISMI!

La nostra presenza politica di socialisti federalisti siciliani è avvertita da taluni non come una ricchezza per la sinistra, per il socialismo, ma, semmai, come una sorta di “esoticità”da riconoscere o stigmatizzare a seconda delle varie contingenze tattiche.
È questo un orientamento che né accettiamo né avvalliamo da qualunque settore politico e/o personalità venga.
Siamo e restiamo profondamente convinti, infatti, che una posizione socialista di sinistra, oggi, in Sicilia, non possa e non debba prescindere da una attenta valutazione della centralità della Questione Siciliana e dallo studio delle sue possibili soluzioni.
Ben sappiamo che il nostro posizionamento attira le incomprensioni  di taluni e tuttavia è più che mai importante che su questa linea noi non si accettino compromessi o diluizioni.
Del resto la posta in gioco è così alta che prescinde dalle nostre beghe e chiama in causa non solo il futuro del socialismo e della sinistra bensì quello stesso dei diritti di chi in Sicilia vive e opera. Serve che ognuno di noi sappia e voglia assumere, in scienza e coscienza, l’onere e l’onore di sostenere i propri più intimi convincimenti.
Nel nostro caso si tratta di sostenere, senza remore, un modello di socialismo democratico, autogestionario e pluralista che riconosca e affronti, appunto, in un’ottica di sinistra, la Questione Siciliana; questione in sé non risolvibile né sovrapponibile, anche se simile, a quella Meridionale.
Non è del resto la stessa origine del socialismo siciliano intrisa, impregnata di questo inprinting federalista?
Pensiamo al movimento popolare dei Fasci siciliani dei lavoratori.
 Detto ciò i motivi, però, che debbono e possono spingere molti a sostenere la nostra prospettiva vanno ricercati più che altro nel presente e nel futuro.
Appare a molti evidente che si combatterà nella prossima legislatura dell’Assemblea Regionale Siciliana, il Parlamento siciliano, uno scontro, lo scontro, forse, definitivo tra due concezioni antitetiche di Sicilia.
D’un canto appare sempre più evidente, spregiudicata la “gioiosa macchina da guerra” del neocentralismo centrista e tendenzialmente destrorso che vorrebbe mettere fine all’esperienza autonomistica, accusandola di tanti, anzi di tutti i mali ed errori perpetrati da certa partitocrazia decadente  di cui loro sono stata parte né piccola né politicamente innocente.
Dall’altro vi è un fronte, anch’esso eterogeneo, non unito né particolarmente ampio, che, per analisi e motivi diversi, difende lo Statuto, la “statutarietà” della Sicilia.
In questo settore, con una posizione ben dichiarata, ci poniamo noi socialisti federalisti di sinistra.
A scanso d’equivoci il nostro punto di vista non è né vuole essere equiparato all’analisi, oggi, offerta dal sicilianismo latamente inteso.
Diversamente da costoro noi pensiamo che la Questione Siciliana pur comprendendo in sé, come negarlo, anche una componente identitaria, nazionale, non sia soltanto una questione “nazionale” ma semmai un grumo complesso, inestricabile di questioni storicamente stratificate, nel tempo, conglobando in sé dati istituzionali, culturali, economici, politici e sociali
Detto ciò considerare la Questione Siciliana esclusivamente una questione nazionale porterebbe, in concreto, alla sua erronea valutazione impedendone, di fatto, la concreta, possibile soluzione.
Ciò non significa che noi si neghi la necessità, seria, solidale e socialmente sostenibile, di una utile, possibile riconsiderazione dell’assetto statuale della forma Stato Italia ma non in un’ottica meramente “nazionalista” che non affronti, per risolverle, le tante implicazioni sociali.
Chiarito ciò la nostra posizione è oggettivamente,invisa a molti, visto che non solo noi offriamo, da sinistra, un’analisi dell’Autonomia che pone essa in parallelo, a fianco della Costituzione, come presidio nell’Isola di spazi di democrazia e partecipazione, ma la offriamo, senza gelosie, all’intero corpo della sinistra siciliana che lavora per un’Alternativa di sistema rispetto ai modelli continuisti e neocentralisti oggi incarnati dal Pd e, in ultimo, dal “crocettismo” come sua declinazione tattica.
Non ci stranizziamo, dunque, se anche compagni che stimiamo, talvolta, sparano a palle incatenate contro le nostre posizioni.
 Se umanamente dispiace comprendiamo bene, però, la “ratio” politica  che li muove e/o ispira.
La nostra azione minaccia, di per sé, al di là dei nostri meriti oggettivi, di “inceppare” il “meccanismo”, messo in moto, che mira,appunto, nella prossima legislatura, a liquidare, meglio se senza clamore, l’attuale Costruzione autonomista sostituendola, per sottrazione, con qualche pletorico, quanto vuoto succedaneo placebico.
Noi che tutto siamo tranne che tacciabili di velleitarismo o estremismo rischiamo con la nostra azione di rendere evidente ciò che dovrebbe restare nella penombra della politica “politicata” palermitana e romana.
Ecco alcuni dei motivi per cui non possiamo e non vogliamo rinunciare al nostro punto di vista, alle nostre analisi, appunto, perché schiettamente siciliani ed ancorati ad una realtà sociale, umana che non si riprenderebbe dalla sottrazione odiosa di diritti che seguirebbe allo “scippo” statutario e che ci ricaccerebbe  in un nuovo, perverso ciclo politico-sociale di dipendenza neocolonialista.
Ecco perché non accettiamo compromessi, accomodamenti.
E del resto,se accettassimo siffatti accomodamenti che socialisti saremmo mai?

Sempre Avanti!


Fabio Cannizzaro

martedì 20 giugno 2017

PER L’ALTERNATIVA, PER UNA SICILIA EQUA, PER UNA PROPOSTA SICILIANA A SINISTRA!



Come socialisti di sinistra e convinti federalisti avvertiamo la necessità di recuperare rappresentanza politica alla sinistra isolana. E’ tempo di esprimere  socialmente ed istituzionalmente una reale alternativa, di scelte e metodi, rispetto ai modelli vigenti di governo dell’Isola.
Il fallimento evidente, conclamato dell’attuale esperienza di governo regionale dimostra, di fatto, l’incapacità del PD siciliano, che di questa è stato sostenitore e paladino, a pensare e soprattutto realizzare modelli alternativi rispetto alle usuali logiche di potere. Noi vogliamo, invece, offrire alle siciliane, ai siciliani, una Alternativa nella società come anche nel Parlamento siciliano.
Nel fare questo, come socialista di sinistra, avverto la necessità di dire che questo processo deve passare anche per una comune, condivisa autocritica rispetto agli errori compiuti dalla sinistra siciliana tutta.
Voltare pagina, superare divisioni, dissidi e non per un generico amore di bottega ma perché dobbiamo avere coscienza che la sinistra, in toto, va ripensata, riarticolata.
Le vecchie nostre divisioni, lecite, lasciano il tempo che trovano se rapportate ai reali, processi politici, economici e sociali che rischiano di schiacciare e umiliare i lavoratori, la gente che noi ambiamo a rappresentare.
Dobbiamo restituirci e restituire all’iniziativa di sinistra un solido collegamento con la realtà, con i bisogni del nostro elettorato tradizionale.
 Tutto ciò in Sicilia significa avere un progetto per l’Isola e ben comprendere quali possono essere le “leve” per realizzarlo.
In tal chiave ritengo che lo strumento possa essere, in continuità con la migliore tradizione della nostra gauche, il rilancio dello strumento autonomistico non come strumento di privilegio ma come occasione di sviluppo sociale e di soddisfacimento dei bisogni e diritti di tutti i siciliani.
 In tal chiave la nostra iniziativa deve esser volta non solo o non tanto a difendere, tout court, lo strumento statutario ma attraverso esso a risolvere, l’annosa , inaffrontata Questione Siciliana.
Dobbiamo avere la capacità politica e la dirittura etica di affrontare organicamente le ragioni profonde, variegate del non sviluppo dell’Isola.
E’ troppo facile attribuire il malo sviluppo solo alla mafia, ad un generico squilibrio interno o peggio a una sorta di antropologica incapacità dei siciliani a gestirsi. Non è così!
Le cause sono antiche, strutturali e strutturate ed essendo legate al peculiare divenire della nostra realtà richiedono soluzioni vocate che non ci separino o escludano dalla realtà del nostro tempo ma che finalmente incidano sul nostro GAP sociale.
Detto ciò è evidente che noi guardiamo ad una Sicilia altra, alternativa, antimafiosa, solidale, centro del Mediterraneo e centrale per un processo di pacificazione dell’intera area.
Noi guardiamo ad una Sicilia dove il lavoro e la tutela dei diritti dei lavoratori siano al centro dell’iniziativa politica.
Noi pensiamo ad una Isola sempre meno isolata che sappia però fare tesoro delle sue energie e tradizioni. Ecco per cosa io come coordinatore regionale di Risorgimento Socialista sono impegnato, ecco perché noi siamo impegnati a favorire, senza risparmiarci, un’alleanza unitaria a sinistra  sociale prima elettorale poi, che porti l’Alternativa, nei modi sopraindicati, al governo della Sicilia.

Se così non fosse se prevalessero i rachitismi, le gelosie, gli abitudinarismi allora ci condanneremmo tutti all’inessenzialità sociale e politica e regaleremmo il futuro della Sicilia alle vecchie e  nuove destre (vedi PD), al consociativismo, al governo di quel blocco immarcescibile di potere che vuole riproporsi nuovamente al “di-governo “ della nostra Isola. Possiamo permetterlo?


Fabio Cannizzaro 

mercoledì 14 ottobre 2015

LA NOSTRA STRADA, LE NOSTRE STRADE PER IL SOCIALISMO E LA SINISTRA!


La montante neocentralizzazione dello Stato promossa dal Governo Renzi ci deve vedere impegnati, senza se e senza ma, a difendere i principî ed i valori del miglior socialismo democratico e pluralista, federalista  all’interno come all’esterno della forma stato Italia e nel processo di riorganizzazione della sinistra in Sicilia come altrove.
E’ appunto in tal ottica, dai primi passi mossi come Risorgimento Socialista, che i compagni e le compagne siciliani, lavorano anche ad un coerente, conseguente modello di nuova organizzazione politica orizzontale, territoriale, autocentrata e confederata con il movimento che è in via di strutturazione in Italia.
In tal senso siamo avvantaggiati e forgiati dal lavorio politico svolto in questi intensi mesi e dai frutti che di questo si cominciano già a raccogliere nell’Isola.
Il soggetto siciliano è in via di formalizzazione e si confronterà, confederandosi con il Movimento per il Risorgimento Socialista apportando e reciprocamente ricevendo e scambiando conoscenze, analisi e riflessioni.
Sarà il prossimo 28 novembre il momento in cui, già organizzati e strutturati, formalizzaremo all’unisono, a Roma, questa comune, reciproca scelta d’azione e confederazione politica in nome del Socialismo e del futuro della Sinistra in Sicilia come in Italia, in Europa come nel Mondo .



Socialismo Sempre!


Sucialismu Sempre!

F.C. 

domenica 5 aprile 2015

LA SICILIA, MACALUSO, IL SOCIALISMO, LA SINISTRA ED IL FUTURO…


La lettura stamani sull’edizione di Palermo de “ la Repubblica” dell’intervista ad Emanuele Macaluso, firmata da Giuseppe Alberto Falci, ci offre da siciliani e socialisti, l’occasione per qualche riflessione.
Dopo una parte dedicata alla lunga, prestigiosa carriera sindacale e politica di Macaluso credo che il punto più interessante dell’intervista sia quando Falci pungola Macaluso affinché dica la sua sull’attuale “scenario”politico.
Il novantunenne Macaluso non le manda a dire e parte dicendo che l’attuale Esecutivo ignora la questione meridionale. Vero, verissimo come del resto indifendibile è nel merito e nella sostanza la “ratio” che muove questo Governo e la sua maggioranza politico-parlamentare che conta, ahinoi, numerosi meridionali e siciliani.
Macaluso, poi, con mestiere, passa subito, alla realtà siciliana e si “confronta” con la Regione e con il suo Governo, guidato da quel Rosario Crocetta, che almeno sulla carta, sarebbe espressione del progressismo democratico e/o democraticista.
L’analisi macalusiana è inappuntabile e condanna, senza se e senza ma, Crocetta, la sua esperienza di governo e la “formula” politica che questo aveva posto alla base della sua “discesa in campo”.
Macaluso, infatti, rispondendo all’intervistatore sottolinea che  Crocetta e i “crocettiani” si sono mostrati  inadeguati nel dare visibilità alla questione siciliana, cioè, detto anche  in altri termini, nel dare centralità alla battaglia per la Sicilia.
Falci a questo punto lo incalza e gli chiede, apertamente, un giudizio sul PD, che è stato ed è, non dimentichiamolo, lo “sponsor” e “l’animatore” politico del fenomeno oramai possiamo dire “localistico” del “crocettismo”.
La risposta di Macaluso è stentorea ed il canuto leader definisce testualmente il partito democratico “ un aggregato politico elettorale”. Incalzato ancora aggiunge che il PD “è interessato”, come il resto di certa classe politica, da una vocazione e da una prassi trasformista.
L’analisi del compagno Macaluso è nella sua chiarezza compiuta, senza sbavature.
Ho trovato se possibile ancor più importante, poi, il fatto che Macaluso ha posto la questione della lotta alla mafia come problema politico e sociale.
Andando oltre il detto, direi, senza penso stravolgere troppo il suo pensiero, che Macaluso distingue tra certa antimafia , che l’intervistatore definisce “farlocca” e un’esigenza di lotta alla mafia genuina e presente.
Macaluso, in questo confronto, trova l’elezione a Presidente della Repubblica del siciliano Sergio Mattarella,  un elemento positivo, testimonianza di una Sicilia diversa che non si rassegna e non si piega al vile ricatto mafioso.
Dopo aver letto l’intervista titolata in modo azzeccato: “ Che delusione la mia Sicilia senza leader né antimafia” mi sono interrogato e come cittadino siciliano e come socialista isolano su quale potesse essere, in termini etici e politici, il portato di questa, interessante e nella sua chiarezza inusuale, intervista sia per la sinistra che per l’intera società siciliana.
Il fatto anagrafico di un Emanuele Macaluso novantunenne ci indica che l’uomo, nella sua proverbiale, invidiabile lucidità di analisi coglie, scevro da preoccupazioni o interessi tattici, l’essenza di quanto accade, in termini politici, oggi in Sicilia. L’esistere, il resistere e il persistere di due modi contrapposti, antitetici di concepire la politica in Sicilia.
Un modo è quello rappresentato dalla prassi predominante che in nome degli interessi di una certa classe politica e dei suoi “clientes” sacrifica, aspirazioni, bisogni, esigenze della stragrande maggioranza dei siciliani mortificando, spesso consapevolmente spesso inconsapevolmente, le necessità e le priorità etiche e politiche della maggioranza dei nostri conterranei, come nel caso, appunto, della lotta alla mafia, al malaffare o ancora immiserendo e negando l’idea della Sicilia come Terra libera da ipoteche coloniali e colonizzanti.
Vi è poi un secondo,  altro, diverso modo di pensare e speriamo anche di amministrare politicamente la Sicilia.
Un modo che riassumerò per semplicità con una definizione non sua ma che prendo a prestito dal compianto Massimo Ganci, per cui la Sicilia deve affrontare e risolvere la questione siciliana che è parte della questione meridionale ma non si risolve necessariamente in questa.
Questione quella siciliana che può trovare finalmente soluzione solo se cambierà , copernicanamente, il modo di gestire la “cosa pubblica”. Questo “nuovo modello” di relazioni etico-politiche e socio-economiche richiede però il superamento di vecchie “prassi” proprie della “politica politicata”.
E’ chiaro che questa è una sfida per tutta la classe politica e dirigente della nostra amata Sicilia, che, in ogni caso, deve, a mio avviso, anzitutto interessare la sinistra isolana.
Una sfida concreta e non solo teorica, che appunto in virtù della sua effettività chiama in causa noi uomini e donne di sinistra. Dobbiamo, in tal prospettiva, avere dunque il coraggio di dire che le contraddizioni che indica il compagno Macaluso sono frutto non solo di contingenze politiche situazioniste ma del fallimento, insottacibile e conclamato, di un modello di relazioni praticate da un intera classe dirigente e politica.
Classe che in buona parte possiamo definire progressista e di provenienza di sinistra, eredi, diretti ed indiretti, di quelle esperienze organizzate che si riconoscevano e che militavano nei partiti e nelle organizzazioni politiche e sociali della sinistra storica siciliana e no, oggi estintesi e da cui poi hanno preso il largo per le loro lecite quanto personali scelte.
Detto ciò è evidente che occorre un cambiamento epocale delle e nelle relazioni politiche se vogliamo sottrarre spazio politico e rappresentanza a fenomeni come il “crocettismo”.
 Una necessità, che è il frutto conseguente di un lungo processo di “oggettivo incancrenimento” della rappresentanza politica, troppo a lungo e male, mediata e filtrata da apparati politico-burocratici sempre uguali a se stessi egoisti  ed immarcescibili.
Noi socialisti siciliani stiamo provando, partendo da noi, dalla nostra area politica e dalla nostra concreta esperienza a colmare questo “GAP”; proviamo a farlo cercando di riorganizzare la nostra presenza a partire dai bisogni e dalle esigenze prioritarie della gente, di quella parte onesta e lavoratrice, che è la maggioranza dei siciliani. Non ci nascondiamo dietro un dito: anche noi  troviamo resistenze ed incontriamo incomprensioni.
Poniamo, tuttavia,  come centrali, in questa prospettiva di concretezza i temi della rappresentanza politica.
Un dato questo che un socialismo,  una sinistra credibile deve aggredire.
In democrazia questo è  lo snodo centrale della rappresentanza istituzionale, che in Sicilia significa, praticamente, affrontare  il tema della rappresentanza autonomista, la cui centralità è innegabile tanto da essere stata costituzionalizzata.
In concreto si tratta per noi socialisti e di sinistra della ripresa, senza rachitismi, pregiudizi e/o callosità,  della “linea” d’indirizzo che fu propria della migliore, più lungimirante tradizione socialista, che vedeva, come ebbe a dire l’indimenticato Rodolfo Morandi, nel giugno del 1954,   nella costruzione statutaria “ un atto di portata storica  nazionale, una svolta decisiva che si è operata nei sistemi e nelle consuetudini di uno Stato accentratore e soffocatore delle libertà locali che sono il fondamento ed il presupposto delle libertà individuali”.
La difesa non paurosa, dunque, delle prerogative statutarie per non essere intesa e divenire, di fatto, mera difesa dell’esistente occorre ponga la questione perentoria della selezione di una nuova classe dirigente politica e di sinistra, che deve assumersi l’onere ed il ruolo non solo di “difesa” e di “gestione” dello strumento statutario ma della sua “piena e totale attuazione” secondo direttive generali e lontane da interessi limitati e prassi di casta.
Ciò significa intervenire sia  sulle prassi che sui meccanismi di governo, sulle abitudini inveterate, sulle basse linee di galleggiamento morale.
In poche parole significa scontentare elitè e camarille, da molto,  troppo tempo, senza limiti etici e direzione e controllo politico.
Se la sinistra vuole tornare a fare la differenza, se i socialisti vogliono essere parte di questo processo di ri-organizzazione virtuoso devono scontentare molti e scardinare equilibri dati.
Può e deve fare riflettere il fatto che una delle poche analisi lucide sull’oggi, seppure non esaustiva, venga da un compagno ultranovantenne.
Tutto ciò pur andando a merito dell’intelligenza umana e politica di Emanuele Macaluso testimonia della necessità e dell’urgenza politica di dare il via ad una nuova stagione in cui, le vecchie prassi, i vecchi paludati riti cencelliani e consociativi siano definitivamente archiviati e sconfitti.

Serve alla Sinistra isolana, serve alla Società siciliana!


Fabio Cannizzaro

Coordinatore della Federazione

per il Socialismo della Sicilia

giovedì 6 novembre 2014

TERTIUM NON DATUR...RIALZIAMO LA BANDIERA DEL SOCIALISMO SICILIANO !



Rivisitazione grafica dell'opera di Gelij Korzev “Rialzando la bandiera” 1957


La riorganizzazione del socialismo in Sicilia deve affrontare alcuni passaggi obbligati.
I socialisti devono chiedersi: Possiamo rappresentare le istanze, i Valori ed i Princìpi socialisti accettando di andare oltre e al di là di vecchie, fallimentari logiche personalistiche, di potere e di per sé centralistiche?
Noi pensiamo di sì! E' una sfida di coerenza e che ci vede impegnati, rispetto anche a certune altre “osservanze” socialiste regionistiche isolane a fare del socialismo siciliano del XXI secolo non una “ridotta” di reduci del vecchio, estinto PSI, con annessa, âgée “colonnellanza” cammellata bensì un momento di operante riaggregazione a sinistra, in cui centrale, imprescindibile è la soluzione della Questione Siciliana, intesa parimenti come Questione Identitaria e Questione Sociale.
Tutto ciò è qualcosa di altro e ben diverso da mortificanti quanto ripetute visioni regionistiche, dirigiste, personalistiche e solo nominalmente autonomistiche.
Certo il percorso che abbiamo scelto che si rifà alle esperienze di lotta dei Fasci Siciliani, di socialisti siciliani come Vincenzo Vacirca, o alla migliore sinistra sicilianista o ancora alla valutazione panzeriana , socialista e popolare dello Statuto Siciliano oggi si invera nella collaborazione tra i diversi sodalizi territoriali socialisti riuniti nel COORDINAMENTO DEI CIRCOLI SOCIALISTI di Sicilia ed è oggi parte attiva e propositiva dell'iniziativa di riorganizzazione socialista che fa capo, anche in Sicilia, alla RETE SOCIALISTA – SOCIALISMO EUROPEO. Eppure occorre allargare, ampliare l'orizzonte.
Tutti i compagni e le compagne che non vogliono accettare né la logica liquidazionista dell'attuale PSI nenciniano dentro il Pd, né certe vulgate continuiste in salsa reducistico-autonomista sappiano che tertium non datur e che occorre aderire ad un progetto schiettamente siciliano e sinceramente internazionalista di sinistra socialista capace di ridare forza e prospettiva alla Gauche, qual'è appunto quello perorato dal Coordinamento dei Circoli Socialisti in collaborazione con Rete Socialista – Socialismo Europeo – SICILIA. 
Progetto in cui è la Politica socialista, fatta dalle persone per le persone ad essere centrale, rispettando le radici siciliane senza però immiserirle in sterile sciovinismo ma esaltandole in un reale, concreto amore per l'Umanità. 

W il Socialismo Siciliano!


W il Socialismo !


venerdì 19 settembre 2014

YES SCOTLAND: THE DAY AFTER….



Affrontare le persistenti quanto evidenti Questioni Nazionali presenti in Europa è una necessità politica per tutti coloro che comunque si richiamano ai valori e/o agli ideali del socialismo e peculiarmente alla tradizione politica del socialismo autonomo e democratico.
Il referendum scozzese ha avuto, comunque la si pensi, l’evidente merito di aver riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e soprattutto europea i temi dell’esistenza delle Nazioni senza Stato e delle diverse minoranze allogene presenti nel Vecchio continente.
Del resto il problema politico sollevato dagli scozzesi non è tema nuovo, anche a sinistra. In passato il socialismo internazionale ed europeo si è interessato alla relazione tra Questioni Nazionali e Questione Sociale. Ricordiamo le prese di posizione proprie di compagni come  Max e Viktor Adler, Otto Bauer e Karl Renner, oggi conosciuti in ambito socialista come  AUSTROMARXISTI e fautori di un  principio di autonomia nazionale e culturale teorizzato dal compagno  austriaco Otto Bauer nel 1907 nel suo noto: “La questione delle nazionalità e la socialdemocrazia”.
Vi risparmierò qui e ora tutto il divenire del dibattito che poco più di un secolo fa si sviluppo a seguito delle analisi e riflessioni di questo gruppo di compagni e studiosi austriaci o ancora quanto nel merito contino, in campo comunista, le riflessioni del marxista sionista Ber Boronchov.
Ciò che oggi qui mi preme sottolineare è che il voto scozzese ha avuto il pregio, nel nostro tempo, di sdoganare, dal dato meramente identitario e nazionalistico, la riflessione sull’Autogoverno e l’Autodeterminazione dei Popoli e delle Genti soprattutto in Europa ed in Occidente.
E’ la prima volta che un siffatto dibattito assume queste dimensioni da quando abbiamo inaugurato il nuovo secolo.
Io , con me i compagni di xQS, cioè dell’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana , in occasione del referendum di ieri 18 settembre 2014, coerenti con noi stessi, con le nostre idee e i valori socialisti che professiamo, abbiamo sostenuto, intellettualmente, non essendo elettori scozzesi, le ragioni di chi, da sinistra, ha scelto il SI’, lo YES.
Non ci siamo schierati calcisticamente, ma abbiamo sviluppato, senza prosopopea e senza ampollosi autocompiacimenti, una riflessione sul senso di un referendum che è e resterà un’eccezione, un unicum, storico-istituzionale e politico, per l’Europa di questo nostro XXI secolo.
E’, infatti, a tutti chiaro, come più d’un notista ha sottolineato, in questi giorni, che il “plebiscito” scozzese è stato possibile solo perché essendo il Regno Unito uno Stato di Common Law, in esso non esiste una Costituzione scritta. 
Chiarito ciò ed a urne chiuse, avverto la necessità di dire con eguale pacatezza  che non mi sono pentito, non ci siamo pentiti, da socialisti e democratici e siciliani, di avere sostenuto le ragioni del SI’, dello YES.
Non ripeterò qui e ora le ragioni d’ordine storico–politico e culturale-istituzionale che danno senso e spessore all’esigenza di Autogoverno degli scozzesi, quanto vorrei porre l’attenzione su come è stata posta l’intera questione referendaria in termini organizzativi e politici.
Se esce sconfitta, oggi e qui, l’immediatezza della proclamazione di una indipendenza statuale tout court è altresì vero che vi è un indubbio vincitore politico che, anche oltre la sconfitta numerica, è e resta lo Scottish National Party e il suo Leader, Alex Salmond.
Salmond, un leader sempre più carismatico e capace, ha mostrato come sia possibile assumere e mantenere una leadership politica all’interno di un movimento politico nazionale, guidandolo con piglio autorevole e con sicura condivisione dei metodi e delle regole democratiche.
Rispetto che lo ha spinto, oggi, dopo la proclamazione del risultato, a rimettere  il suo mandato da Primo Ministro di Scozia e da leader del suo amato SNP. Auspico che lo Scottish National Party respinga le dimissioni  di questo leader, che ha saputo escludere dall’agenda politica tendenze egoiste,etniciste e/o differenzialiste.
Nei giorni che hanno preceduto il voto scozzese ho avuto modo di confrontarmi con tanti compagni, favorevoli e più spesso contrari al distacco da Londra  e a tutti costoro ho ripetuto il medesimo ragionamento: “Guardate che lo S.N.P. (Scottish National Party) è una organizzazione politica matura, di stampo socialdemocratico, che deve essere inserita, a mio avviso, a pieno titolo, tra le forze della sinistra scozzese.
Un riconoscimento, politico e politologico, dovuto per  un’organizzazione politica che secondo i correnti parametri è  sicuramente più a sinistra di quanto lo sia o si dichiari, in Italia, il Pd.
Da oggi, 19 settembre 2014 inizia, in Scozia, e di converso, in Europa, una nuova stagione della lotta delle Nazioni senza Stato e delle minoranze allogene, che come gli scozzesi vorranno e sapranno, emarginare i propri egoismi e parlare di questioni sociali ,economiche e culturali contingenti e coinvolgenti.
Concludo questo mio intervento, dicendo che se dovessi chiosare quanto accaduto durante la consultazione diretta di ieri, potrei dire che hanno certo perso i SI’ , ma non hanno certamente vinto i NO.
E’ più realistico scrivere, dire che havinto la democrazia praticata che ha posto al centro dell’Agenda politica il tema trasversale dell’Autogoverno.
Toccherà agli scozzesi ora dare senso e prospettiva al loro futuro, cosa più facile se manterranno un partito coeso come lo SNP e in questo un leader, di forza e carattere, come Salmond.
Per il resto d’Europa, è bene dirlo,  le cose non saranno più facili, di per sé,  dopo il voto scozzese, anche se con l’esempio offerto dal referendum si avrà una maggiore attenzione per le questioni Nazionali non etnicistiche.
Un'altra scadenza di valore politico, a breve termine, sarà la consultazione, questa senza valore istituzionale, del nove novembre in Catalogna, dove però la situazione del movimento favorevole all’autogoverno è storicamente ed organizzativamente diversa, complessa e frastagliata.
Noi tutti come esponenti socialisti europei abbiamo il dovere di non abbandonare le Questioni Nazionali nelle mani delle destre, dei populisti e dei settori etnicistici e xenofobi.
Saremo all’altezza?


Fabio Cannizzaro