venerdì 11 luglio 2025

DA CARDIFF UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO FONDAMENTALE DELL’AUTODETERMINAZIONE E AGGIUNGIAMO NOI DELLA PACE IN E PER L’EUROPA

 



Il 5 luglio scorso, la città di Cardiff, in Galles, è stata teatro di un importante assemblea — la Conferenza della Commissione Internazionale per i Cittadini Europei (ICEC).

Questa ONG internazionale, è stata creata a suo tempo  per unire movimenti, partiti, enti, istituzioni e individui che sostengono gli ideali di una democrazia europea ispirata dal diritto universale all’autodeterminazione dei popoli che si impegna con fermezza a promuovere nel continente europeo.

L'ICEC funziona come un forum vitale —un punto di incontro in cui si confrontano e si diffondono ragionamenti e riflessioni di natura accademica, sociale e politica riguardanti il diritto universale all’autodeterminazione, la democrazia europea e i diritti umani.

La Commissione è costituita da membri di varie organizzazioni sociali, partiti politici e reti accademiche e accoglie partecipazioni sia individuali sia a nome delle organizzazioni aderenti, favorendo così un dialogo diversificato e inclusivo.

La recente conferenza di Cardiff è stata segnata dalla partecipazione delle sette nazioni—Scozia, Galles, Catalogna, Paese Basco, Fiandre, Südtirol e Veneto— che costituiscono l’ICEC integrate stavolta da due delegazioni ospiti provenienti dalla Bretagna e dalla nostra Sicilia.

In modo particolare, la delegazione siciliana, rappresentata dall’organizzazione "Trinacria”. In un gesto politico e parimenti di forte valore simbolico, i rappresentanti dei gruppi presenti di queste nazioni hanno firmato la "Dichiarazione di Cardiff", un impegno multilaterale a difesa del diritto a un’autodeterminazione pacifica e democratica, sottolineando al contempo l’importanza di rafforzare la collaborazione tra le delegazioni dei sette paesi.

Questa dichiarazione traccia una visione condivisa di indipendenza nazionale, fondata su principi fondamentali: partecipazione attiva dei cittadini, sostegno reciproco e tutela dei valori democratici europei.

Riflettendo sull’importanza di questo raduno, Phyl Griffiths, presidente di YesCymru, ospite e portavoce dell’ICEC in Galles, ha commentato: «Questo è più di una semplice dichiarazione; rappresenta un passo collettivo avanti per le nostre nazioni».

La presenza di una delegazione siciliana sebbene il movimento nazionale isolano rimanga ancora poco organizzato e politicamente marginale rispetto agli altri paesi partecipanti, riveste comunque un significato rilevante.

Non solo sottolinea l’evidente riconoscimento internazionale della centralità della Sicilia e dei suoi abitanti, ma marca anche il ruolo fondamentale che le relazioni internazionali possono svolgere nel tentativo di affrontare e risolvere la cosiddetta "Questione Siciliana".

La partecipazione a Cardiff rappresenta quindi un’opportunità preziosa di crescita politica e sociale, dimostrando che anche movimenti meno strutturati, come quelli che rappresentano le aspirazioni nazionali e sociali della Sicilia, possono beneficiare del dialogo e della cooperazione internazionale.

Questa conferenza ha celebrato l’impulso dei movimenti indipendentisti europei, creando inoltre un terreno fertile per discussioni su mobilitazione di massa, opportunità internazionali e coinvolgimento civico.

Inoltre, ha riaffermato l’impegno costante dei movimenti che si riconoscono nell’ICEC nel costruire un futuro fondato sulla giustizia, la democrazia e l’autodeterminazione —valori che continuano a risuonare e a risultare indispensabili nel variegato panorama europeo.

In questo contesto, diventa evidente che la lotta dei movimenti autonomisti e indipendentisti di tutta Europa richiede un’integrazione armoniosa di sforzi diplomatici e di strategie politiche mirate.

In regioni come la Sicilia, ad esempio, richiede che si riconosca la necessaria centralità di politiche sociali per la pace e per la smilitarizzazione intese non come semplici scelte strategiche, ma semmai come imperativi fondamentali.

Questi interventi sono cruciali per rafforzare la credibilità e garantire un sostegno duraturo agli sforzi di autodeterminazione, permettendo a questi movimenti di andare oltre i confini locali e di risuonare su un palcoscenico internazionale più ampio.

 F.C.


giovedì 3 luglio 2025

AUTODETERMINAZIONE? REFERENDUM PRO INDIPENDENZA? LA CONTRADDIZIONE CHE SFIDA I SICILIANI OGGI!

 



Il 15 maggio scorso, le testate giornalistiche e le agenzie di stampa, siciliane e non, hanno dato notizia di una richiesta di autorizzazione per la raccolta firme volta a indire un referendum di iniziativa popolare sulla indipendenza dell’Isola, protocollata presso l’Assemblea Regionale Siciliana. 

A prima vista, questa notizia potrebbe sembrare un episodio marginale, quasi una curiosità nel panorama politico siciliano. 

Un’analisi più approfondita, tuttavia, rivela come questa iniziativa sia inserita in un contesto storico, culturale e politico di lunga durata, che richiede una riflessione articolata e critica. 

L’origine della proposta va ricondotta a un comitato denominato “Comitato dei 10”, costituito da cittadini e cittadine con esperienze nel campo del sicilianismo e, in alcuni casi, coinvolti nel Movimento dei Forconi. 

Questa componente rappresenta un segmento del più ampio spettro del sicilianismo, che nel corso della storia ha oscillato tra diverse declinazioni: dall’autonomismo moderato al nazionalismo più radicale, fino all’indipendentismo più deciso. 

Tuttavia, è fondamentale sottolineare che la richiesta di autodeterminazione, così come le spinte identitarie, non possono essere ridotte a un mero esercizio di volontà politica o a un interesse di pochi, spesso alimentato da nostalgie o da logiche di potere.

Come evidenziato da Antonio Canepa, filosofo e politico siciliano, bisogna pensare l’autodeterminazione come un processo di piena soddisfazione dei bisogni, delle aspirazioni e della vita dei siciliani, piuttosto che come un mero strumento di rivendicazione nazionale o di affermazione di un’identità celata, spesso usata per nascondere gli interessi di certa borghesia isolana e delle classi upperclass. 

In questa chiave, l’autodeterminazione può e deve essere interpretata come un’opportunità di cambiamento sociale, di reale alternativa e non come un semplice cambio di volti o di classi dirigenti. 

È un processo che deve rispondere ai bisogni concreti della popolazione siciliana, a una visione inclusiva e giusta della società, in cui nessuno sia sfruttato o oppresso, e in cui le aspirazioni di tutti possano trovare spazio e riconoscimento. 

La proposta di un referendum popolare rievoca, in una versione moderna, le iniziative di autodeterminazione che hanno caratterizzato il pensiero e le azioni di movimenti e figure storiche siciliane, spesso alimentate da un senso di esclusione, oppressione e sfruttamento economico. 

Da un punto di vista storiografico, è importante sottolineare come la Sicilia abbia attraversato molteplici fasi di ricerca identitaria e rivendicazioni di autonomia o indipendenza, dal Risorgimento fino al fascismo, passando per le rivendicazioni del secondo dopoguerra e le spinte più recenti. 

Il desiderio di autodeterminazione, del resto, è sempre stato un elemento centrale del discorso politico e culturale siciliano. 

Tuttavia, questa spinta deve essere accompagnata da una consapevolezza critica: non può essere interpretata come un interesse di pochi o come un atto simbolico, ma come un passo verso una reale emancipazione sociale ed economica.

Come affermava Antonio Canepa, questa emancipazione richiede di mettere al centro i bisogni, le aspirazioni e la vita dei siciliani, superando le logiche di sfruttamento e di divisione tra sfruttati e sfruttatori. 

La recente richiesta di un referendum pro indipendenza si inserisce, dunque, in questa tradizione, ma non possiamo dimenticare che giunge in un momento storico segnato da crisi di rappresentanza, decadenza economica e crisi identitarie. 

È qui che si manifesta il bisogno di ripensare l’indipendenza come un processo di trasformazione sociale, capace di offrire un’alternativa concreta alle logiche di sfruttamento e disuguaglianza, e non come un semplice esercizio di identità o interesse di pochi. 

È importante considerare altri aspetti di questa realtà complessa: la Sicilia, nel suo ruolo geostrategico e militare, è stata e continua ad essere un punto nodale nel contesto internazionale. 

La presenza di basi militari statunitensi e NATO, di strutture come il MUOS (Mobile User Objective System), testimonia come l’Isola sia stata scelta e continui ad essere utilizzata come un hub strategico per operazioni militari e di intelligence delle potenze occidentali. 

Questa posizione di rilievo ha comportato nel tempo l’installazione di infrastrutture militari di alto livello, che influenzano la sovranità effettiva dell’Isola e la sua economia, creando spesso un rapporto di dipendenza e controllo che va oltre le questioni politiche interne. 

In questo quadro, ogni discorso di autodeterminazione e indipendenza va esaminato anche alla luce di questa realtà geopolitica.

La presenza di basi e strutture come il MUOS, con la loro valenza strategica e militare, deve essere considerata quando si parla di autodeterminazione e sovranità. 

Più in generale, questa situazione evidenzia come la vera autonomia non possa essere raggiunta senza un profondo cambiamento delle strutture di potere e senza una riflessione critica sulle logiche militari e sulla dipendenza da potenze straniere. 

L’autonomia autentica, dunque, passa anche per una prospettiva di pace, smilitarizzazione e giustizia sociale. 

Solo attraverso un impegno deciso verso la riduzione delle presenze militari e la promozione di politiche di pace si può rafforzare una sovranità reale, libera dall’influenza di potenze esterne e dai vincoli di un militarismo oppressivo. 

A questa esigenza si collega anche l’obiettivo di lavorare per una società civile pacifica, inclusiva e impegnata nella costruzione di relazioni internazionali basate sulla cooperazione e non sulla guerra. 

La strada verso l’autodeterminazione richiede necessariamente un serio progetto di smilitarizzazione della Sicilia che coinvolga tutte le forze sociali, culturali e politiche dell’Isola, in modo diverso da quello imposto dall’alto che ci ha portato alla situazione attuale. 

In questo senso, si rende ancora più evidente quanto il problema di una proposta come quella del “Comitato dei 10” esprima, anche al di là delle intenzioni dei promotori, una sua debolezza intrinseca, non supportata da un movimento sociale e politico forte, coeso e riconosciuto. 

Un referendum pro indipendenza può essere uno strumento di espressione popolare, capace di rafforzare il senso di appartenenza e responsabilità collettiva, solo quando nasce da un percorso di mobilitazione condiviso. 

Se i promotori considerano il referendum come la “leva” di questa mobilitazione, si sbagliano: in realtà, è l’esatto contrario. 

Il referendum dovrebbe rappresentare il culmine di un processo partecipativo, un’espressione concreta di un movimento sociale radicato, che sostenga questo obiettivo con leadership riconosciute e una piattaforma di lotta condivisa. 

Senza questa base, il rischio è che il voto diventi un gesto simbolico e isolato, incapace di produrre cambiamenti reali, alimentando illusioni o disillusioni. 

Inoltre, l’assenza di una soggettività politica credibile e organizzata rende questa iniziativa vulnerabile a strumentalizzazioni e sfruttamenti da parte di settori interessati a mantenere lo status quo. 

La storia recente mostra come molte iniziative di questo tipo, prive di un movimento sociale solido, siano state sfruttate o siano fallite, lasciando solo delusione e sfiducia. 

In questo quadro, l’elemento fondamentale è la costruzione di un progetto di autodeterminazione radicato in una reale mobilitazione sociale e politica, che abbia al centro la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse e la dignità di ogni siciliano. 

Parallelamente, questa riflessione ci porta a ritenere che l’indipendenza e l’autodeterminazione devono essere accompagnate da un impegno deciso per la pace e la smilitarizzazione dell’Isola. 

Le infrastrutture strategiche come il MUOS e le alleanze internazionali di difesa sono elementi che, invece di rafforzare la sovranità, spesso la erodono e la rendono dipendente da interessi esterni. 

Per questo, ogni percorso di autodeterminazione dei siciliani deve essere accompagnato da una forte volontà di promuovere una società pacifica, inclusiva e libera da logiche militari e di guerra. 

Solo così si può tradurre la volontà popolare in una reale sovranità, capace di garantire un futuro di pace e libertà autentica. 

In conclusione, le proposte come quella avanzata dal “Comitato dei 10” devono essere interpretate più come un’opportunità per ripensare il senso e la prospettiva del progetto di autodeterminazione della Sicilia di oggi e di domani che come una prospettiva attualmente praticabile. 

L’autodeterminazione come processo richiede un impegno serio, democratico e partecipato, che parta dal basso. 

Solo così potremo rafforzare l’identità, la sovranità e il futuro dei siciliani e dell’Isola, in un orizzonte di pace, giustizia sociale e autogoverno autentico.

Fabio Cannizzaro


"UNA PROMESSA A BERLINO": UN VIAGGIO TRA MEMORIA, SPERANZA E STORIA IN UN’EPOCA DI DIVISIONI

 


Luciano Armeli Iapichino, scrittore e docente di Storia e Filosofia originario di Galati Mamertino, firma un’opera intensa e coinvolgente nel filone della narrativa storica.

Con un background che spazia dallo studio delle dinamiche criminali alla lotta contro la mafia, dalla memoria storica all’introspezione filosofica l’Autore si distingue per la capacità di intrecciare vicende personali con grandi eventi del passato, creando un affresco vivo e ricco di significato.

Ambientato negli anni Ottanta del secolo scorso, un periodo importante della Guerra Fredda, il romanzo si svolge principalmente a Berlino, simbolo di divisione e speranza di riunificazione.

La narrazione vede il protagonista impegnato a mantenere una promessa in un contesto segnato da forti tensioni politiche e sociali.

La storia, senza svelare troppo, si muove tra vicende personali e grandi fermenti di un’epoca di cambiamenti, affrontando temi universali come libertà, amore, memoria e resilienza.

Il romanzo si distingue per la sensibilità nel trattare le emozioni dei personaggi e i valori della lealtà e del sacrificio, fondamentali per comprendere la forza delle relazioni umane in tempi difficili.

La riflessione sulla memoria storica emerge come filo conduttore, spronando il lettore a ricordare e a non dimenticare gli errori passati per evitarne il ripetersi.

La città di Berlino, con il suo simbolismo di divisione e speranza, rappresenta l’aspirazione collettiva a un’unità possibile, rafforzando il messaggio di resilienza e fiducia nel cambiamento.

Lo stile di Luciano Armeli Iapichino si caratterizza per un tono riflessivo e coinvolgente, con un linguaggio accessibile ma ricco di sfumature.

Alterna descrizioni evocative a dialoghi realistici, creando un’atmosfera di intimità che permette al lettore di immergersi nelle emozioni dei personaggi.

La scrittura utilizza metafore, similitudini e immagini evocative, arricchendo l’opera di simbolismi che ne aumentano la profondità.

Le inserzioni simboliche contribuiscono a una narrazione ricca di significato e suggestioni.

I personaggi sono tratteggiati con cura: il protagonista nel divenire del romanzo affronta un percorso di crescita e consapevolezza, passando dalla paura alla speranza grazie alle esperienze vissute e agli incontri significativi.

Gli altri personaggi rappresentano, dal canto loro, diverse prospettive e legami significativi con il passato contribuendo ad arricchire la narrazione.

Il ritmo, ben calibrato, alterna momenti di tensione e riflessione, mantenendo vivo l’interesse del lettore.

L’uso di flashback e la suddivisione in capitoli facilitano la comprensione della trama, creando equilibrio tra azione e riflessione.

"Una promessa a Berlino" coinvolge emotivamente e stimola riflessioni profonde sui temi del passato e del presente.

La scrittura, accessibile e ricca di simbolismi rende la lettura piacevole e significativa.

Tra gli elementi distintivi del romanzo vi sono la profondità dei temi trattati, l’uso efficace di simboli e immagini, uno stile trascinante e personaggi credibili con evoluzioni convincenti.

Il libro si rivolge a un pubblico attento e appassionato di narrativa storica e sociale e di avvenimenti che affrontano tematiche universali come quelle della libertà e della memoria.

"Una promessa a Berlino" è, dunque, un’opera che lascia il segno, offrendo un’esperienza di lettura stimolante, con uno sguardo attento ai valori umani e alle rappresentazioni simboliche.

Il consiglio è quello di leggere quest’ultima fatica letteraria di Luciano Armeli Iapichino con partecipata attenzione.

 


giovedì 22 febbraio 2024

2022 -2024: DUE ANNI DOPO…

 

A due anni di distanza dal 24 febbraio 2022 sarebbe facile affermare che la sinistra d’alternativa aveva ragione allora riguardo sia sull’invasione russa dell’Ucraina sia sul sostegno internazionale alla reazione militare ucraina.

Il tutto è evidente oggi alla luce degli accadimenti politico-militari e geo-strategici innescati dalla guerra e dalle sue conseguenze.

Nella seconda ricorrenza dell’inizio del conflitto, infatti, il bilancio è oggettivamente pesante. 10.000 morti solo tra la popolazione civile, 6,5 milioni di rifugiati e circa 3,5 milioni di sfollati interni.

A fronte di questo pesantissimo bilancio umano, la guerra appare evidentemente non essere stata in alcun modo risolutiva né per una parte né per l’altra.

Il conflitto, semmai, ha finito per mettere a dura prova, peggiorandole e/o logorandole, non solo le relazioni tra Unione Europea e Russia ma modificando, di fatto, le stesse relazioni tra i Paesi della UE, che si sono divisi tra loro sia sul sostegno all’Ucraina, Paese aggredito, sia sulle sanzioni da imporre alla Russia di Putin.

A due anni di distanza dall’inizio del conflitto è utile fermarsi a chiedere quale sia attualmente l’orientamento dell’opinione pubblica italiana ed europea riguardo il divenire di questa guerra.

Stando ad alcuni recenti sondaggi realizzati da istituti accreditati, a 24 mesi di distanza, prevale un complessivo pessimismo non solo sull’andamento del conflitto ma, aggiungerei, sull’uso stesso dell’opzione militare come mezzo concreto per dirimere la questione ucraino-russa.

In Italia solo ancora un 32%crede nella vittoria militare di una delle due parti (il 7% in quella dell’Ucraina e il 25% in quella della Russia).

Molti di più, circa il 37% delle italiane e degli italiani si sono convinte/i che si dovrà, prima o poi, arrivare in qualche modo a una pace di compromesso tra Russia e Ucraina.

Fatto che finirà sostanzialmente per rendere vani tutti gli sforzi militari e le perdite umane dal 2022 a oggi.

Una similare consapevolezza, del resto, attraversa il resto d’Europa con solo una percentuale del 20% che crede possibile ancora una vittoria russa e fronte, invece, di un 10% di convinti sostenitori dell’opzione militare ucraina.

Sono lontani i tempi e le percentuali del 2022. 

A ben riflettere, infatti, si constatano evidenti differenziazioni del e nel consenso alle opzioni militari pro una o l’altra parte.

Appare sempre più evidente che se si vuole realmente uscire da una dinamica armata di guerra si deve ragionare necessariamente di un accordo tra le parti pur senza smettere di distinguere tra aggressori e aggrediti.

Le dinamiche di guerra hanno allargato le crepe nel fronte UE e più latamente europeo in rapporto anche ai valori e agli interessi espressi dai singoli, diversi Paesi.

Un qualcosa che, piaccia o no, ha minato e continua a minare non solo la coesione della UE ma peggio la sua complessiva credibilità politica.


giovedì 14 dicembre 2023

NOI, LA NOSTRA “MISURA” E GOETHE…

 

Una parte di una nota considerazione di Johan Wolfgang von Goethe sulla Sicilia, tratta dal suo Italianische Reise (Viaggio in Italia), torna ciclicamente, a 236 anni di distanza, ad essere condivisa sui social si tratta de:

«L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto».

Un affermazione che da più di due secoli pungola l’orgoglio di generazioni e generazioni di siciliani e siciliane e che però, a grande distanza da quel 1787, può e deve indurci alcune utili riflessioni.

Mi riferisco alla idea, all’intendere la Sicilia come “chiave” di tutto”.

La Sicilia, oggi, in concreto, è la chiave di cosa?

La Sicilia di allora e quella di adesso sono poco proficuamente comparabili, si tratta di due realtà sociali e politiche naturalmente diversissime.

Ciò che, invece, possiamo confrontare sono le percezioni che della Sicilia hanno i siciliani, oggi come nel 1787.

Due visioni tra loro differenti.

La prima e più antica secondo cui i siciliani si percepivano ed erano percepiti a livello internazionale come un popolo, una nazione silente ma riconosciuta e apprezzata.

Quella attuale, invece, in cui anche la stragrande maggioranza degli stessi siciliani fa fatica a possedersi, a riconoscersi storicamente, culturalmente e ancor più politicamente come popolo e poi come nazione. Stessa e forse maggiore difficoltà, a 162 anni dall’annessione all’Italia, se ci si interroga sulla percezione internazionale dei siciliani come popolo peculiare e diverso da quello italiano.

Mantiene quindi un qualche senso e valore l’affermazione goethiana?

Credo di sì a patto che si rinunci a vulgate gattopardesche ovvero richiami all’essere misura del tutto e di tutto e si ragioni, più e meglio, invece, sul farsi misura di se stessi partendo dalla propria Identità e dai proprio bisogni collettivi.

La riflessione sulla Sicilia, infatti, può e deve passare necessariamente dal nesso imprescindibile, anche se ancora da molti negato, tra siciliani e Sicilia e dal fatto che Noi dobbiamo essere, appunto, misura del nostro presente e, quindi, del nostro futuro.

Per farlo dobbiamo ragionare di noi come Collettività storica, come realtà socio-culturale sfuggendo tentazioni etniciste, differenzialiste e/o scioviniste.

Esprimersi da protagonisti, da soggetti sociali autonomi, attraverso una riflessione sui nessi della condivisione culturale e della partecipazione politica per l’Autogoverno sono elementi centrali che possono restituirci Soggettività politica non come espressione delle vecchie, immarcescibili élite ma come maggioranza delle masse popolari, ovvero di tutti coloro che in Sicilia vivono e operano e si riconoscono nel suo patrimonio linguistico e culturale.

La rilettura delle sensazioni provate da Goethe in quel lontano 1787 può concederci una chiave, una delle possibili chiavi, per recuperare senso virtuoso alla nostra Identità senza cadere, però, nella trappola di un  neo nazionalismo periferico ridondantemente romantico ma recuperando, semmai,  attraverso la nostra storia e i nostri bisogni le necessità e i sogni delle classi lavoratrici e popolari, cioè della maggioranza dei siciliani, che sanno e vogliono vivere l’Identità siciliana senza sacrificare la loro classe né al centralismo né allo sciovinismo riparazionista ambedue, per nulla casualmente, interclassiste a parole ma legati, in concreto, agli interessi delle superclassi parassitarie e parassitate che esprimono intermittentemente, a seconda dei momenti storici e politici, sia aspirazioni sicilianistiche sia prassi e atteggiamenti ascari.

È tempo di maggiore chiarezza e maturità, e Goethe può darci, forsanche suo malgrado, una mano.

Fabio Cannizzaro

 


martedì 28 novembre 2023

SOCIALISMO E LOTTA ANTIMAFIA.

 



La lotta antimafia non può prescindere dall’impegno speso e profuso dai socialisti siciliani.

Un impegno, una dedizione quella dei compagni, delle compagne che ci hanno preceduto che è stato, infatti, fondamentale.

Possiamo essere orgogliosi nell’affermare, senza tema di smentita, che sono stati i socialisti, in primis quelli siciliani, a riconoscere la mafia come problema sociale e politico e che sono stati, altresì, i primi a impegnarsi fortemente per combatterla.

Furono i nostri compagni, le nostre compagne a lanciare la prima, risoluta sfida al potere mafioso.

Basta pensare, solo per citare alcuni, a Bernardino Verro o a Giuseppe De Felice Giuffrida e con loro alla nascita di quel movimento schiettamente socialista e siciliano che furono i Fasci siciliani dei lavoratori per cogliere con immediatezza quanto siano legati e imprescindibili il socialismo siciliano e la lotta antimafia.

Terribile, violenta fu la reazione mafiosa. 

Una reazione che poté allora contare sulle complicità di diversi apparati dello Stato sabaudo e liberale nonché sul silenzio omertoso e pesante di molti settori “benpensanti”.

Il risultato fu la sconfitta del movimento dei Fasci siciliani, l’incarcerazione di molti compagni e, ahi noi, l’uccisione di altri.

I mafiosi si illusero, allora, di aver fermato l’azione antimafia dei socialisti.

Sbagliarono e di grosso, infatti, non fu così.

I socialisti e le socialiste siciliani e siciliane mai smisero, infatti, di lottare contro la mafia.

Osserviamo, infatti, il XX secolo e a quanto forte è stato l’impegno socialista antimafia, impegno che è costato ai socialisti siciliani un fiume di sangue innocente.

Un tributo pagato in nome dei propri valori, dei propri ideali di lotta e giustizia sociale.

Guardiamo, inoltre, ai nostri –territori, ai Nebrodi, in cui il Socialismo, al pari di altri territori della Sicilia e no, si mise alla testa del movimento contadino per la terra.

Pensiamo all’azione politica svolta dal PSI (quello fondato nel 1892 e poi definitivamente sciolto nel 1994) e a fine anni Quaranta e all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso dal compagno Raniero Panzieri.

Una sfida coraggiosa lanciata al latifondo, ai mafiosi, al loro controllo economico e sociale e ai loro amici e alleati.

In questa battaglia i socialisti, pur secondi a nessuno, furono affiancati dai compagni del PCI e, poi, nel tempo, anche dalle organizzazioni politiche della cosiddetta Nuova Sinistra.

Uomini dello spessore di Pio La Torre e di Peppino Impastato lottarono con noi, uniti dalla comune appartenenza al Movimento Operaio e Socialista.

Oggi quel PSI non esiste più, i compagni, le compagne che si riconoscono nei valori del socialismo antimafia e che non li hanno rifiutati, hanno fatto, secondo coscienza, scelte politiche personali varie e diverse.

E, tuttavia, la loro eredità è e resterà viva se continueranno ad onorarla con l’azione con l’esempio.

Questo è il caso del Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione” che oramai due lustri fa volle e realizzò il Premio Antimafia “Francesca Serio”.

Un premio che, non casualmente, decidemmo di declinare al femminile dedicandolo alla compagna Francesca Serio, figlia di Galati Mamertino e di questi nostri Nebrodi.

Nelle diverse edizioni che si sono susseguite abbiamo sempre onorato il Premio senza mai svilirlo o piegarlo a contingenze momentanee.

La lotta alla mafia, alla mafiosità è per noi qualcosa di fondamentale e forti di ciò ci siamo sempre sottratti a polemiche sterili e/o personalistiche che pure hanno attraversato il movimento antimafia.

Con costanza abbiamo sempre parlato alla coscienza della società siciliana non smettendo di porre la mobilitazione antimafia come questione sociale.

La mafia, infatti, impedisce un reale sviluppo per la gente di Sicilia.

Lo Stato repubblicano, costituzionale e di diritto ci ha sempre visto schierati per la legalità dato che la lotta alla mafia è e resta una priorità per i lavoratori e per tutti i siciliani onesti.

Sconfiggere la mafia resta oggi per noi socialisti siciliani un obbiettivo necessario e possibile ma ancora non raggiunto, anche se decisivi ma non definitivi passi avanti sono stati compiuti.

Avaja!

Fabio Cannizzaro

lunedì 24 luglio 2023

SPAGNA: DIRE NO, DA SINISTRA, AL FRANCHISMO, AL CENTRALISMO E SÌ AL FEDERALISMO

 



I dati politici che ci consegnano le elezioni politiche svoltesi, ieri, in Spagna testimoniano certo di un Paese diviso ma indicano anche che non solo non c’è stata la da più parti prevista e/o auspicata vittoria del partito dell’ultradestra Vox ma addirittura possiamo registrare un suo arretramento in termini di voti e seggi.

Questo dato, tuttavia, non è, a mio avviso, la chiave di lettura più importante del dato elettorale spagnolo. Come, infatti ignorare che l’azzardo di Pedro Sanchez è sostanzialmente riuscito.

Il suo partito, il Partido Socialista Obrero Español, al Congreso è cresciuto ottenendo il 31,70% e 7.760.970 voti con un incremento netto di due Deputati rispetto alla passata Legislatura mentre al Senado ha registrato un decremento fermandosi a 72 scranni rispetto ai 93 precedenti.

E tuttavia la scommessa di Sanchez e in prospettiva, se così sarà, la sua riconferma passano anche per la pressoché sostanziale riconferma della sinistra spagnola riunitasi nel cartello di SUMAR.

SUMAR ha ottenuto al Congreso il 12,31% e 3.014.006 di voti per un totale di 31 deputati e rappresenta l’alleato naturale del PSOE.

Guidata dall’ex vice premier e ministra Yolanda Diaz raggruppa in sé l’eredità delle esperienze politiche e parlamentari di Podemos, Izquierda Unida, En Comú Podem, Compromís e Más Madrid/Más País e indiretta di organizzazioni come Anova, Adelante Andalucia e altri.

Ma Sanchez se vorrà trovare la quadra dovrà rapportarsi e confrontarsi anche e soprattutto con i movimenti indipendentisti e sovranisti di sinistra e progressisti di ERC, EH Bildu, BNG, Junts, e EAJ-PNV.

Sono loro, in concreto, il vero ago della bilancia dei nuovi rapporti di forza in seno al Parlamento e ai Territori spagnoli.

Partiamo dai catalani indipendentisti di sinistra di ERC, Esquerra Republicana de Catalunya, hanno ottenuto al Congreso, sotto la guida di Gabriel Rufián, 7 seggi rispetto ai 13 precedenti e tuttavia restano uno dei perni imprescindibili per un qualunque progetto di governo per Sanchez.

In crescita invece gli indipendentisti baschi della sinistra abertzale di Euskal Herria Bildu in sigla EH Bildu,che passano con i loro 333.362 voti e il 1,36 percentuale da 5 a 6 seggi al Congreso. Guidati dall’inossidabile Arnaldo Otegi aderiscono al gruppo parlamentare europeo della GUE/NGL.

Ha confermato il suo seggio al Congreso il BNG, Bloque Nacionalista Galego, organizzazione della sinistra indipendentista galiziana oggi guidato dalla combattiva Ana Pontón.

Sette seggi, più che mai importanti, sono andati anche ai catalanisti democratici di Junts, eredi diretti del perseguitato ex Presidente della Catalunya, Carles Puigdemont i Casamajó, e oggi guidati dall’empatica Míriam Nogueras.

Fondamentali anche i 5 seggi del Partido Nacionalista Vasco - Euzko Alderdi Jeltzalea al Congreso e i 4 scranni al Senado.

Da annotare, inoltre il flop, della indipendentista CUP che rimane senza rappresentanza al Congresso dei Deputati. Gli anticapitalisti, guidati dal giovane Albert Botrán, perdono, infatti, i due deputati che avevano a Barcellona e a Girona vittime probabilmente di un voto utile catalanista e indipendentista.

Il tema già centrale che diviene ora a sinistra imprescindibile è quello del portare a soluzione la questione delle Nazioni senza Stato interne alla forma Stato Spagna.

Certo i partiti al Congreso e al SEnado espressione dei movimenti indipendentisti e sovranisti di sinistra hanno fatto sapere che sono interessati a togliere agibilità politic alla coalizione destrorsa tra PP e Vox e tuttavia cercheranno anche di ottenere concreti vantaggi per le loro Comnità e nazionalità.

Del resto questo è uno dei temi fondanti alla base dello stesso ripristino della democrazia nel dopo franchismo.

Forse è tempo di portare queste questioni a soluzione anche in nome dell’antifranchismo e dell’antifascismo.

Fabio Cannizzaro